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Attualità

Giornalismo e censura nel quarto rapporto Censis sulla comunicazione in Italia

Il cane da guardia abbandonato

di Andrea Cerase
16/12/2005

IL DIBATTITO sulla libertà di stampa in Italia finisce talvolta per assumere i connotati di un esercizio di retorica miope e fine a se stessa, soffermandosi selettivamente su singoli aspetti e su vicende simbolo, per lo più legate ai nomi di alcuni giornalisti, che per quanto importanti, poco riescono a raccontarci del disagio di un’intera categoria professionale; si percepisce a volte una difficoltà nel guardare con sufficiente lucidità e lungimiranza alla complessità del quadro d’insieme, cioè agli aspetti legati alla concreta quotidianità del lavoro giornalistico e alle molteplici forme di pressione cui sono sottoposti giornalisti e redazioni.


L’incontro che si è tenuto il 15 dicembre presso la sede dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti, prendendo le mosse dai dati di un’inchiesta realizzata dal Censis e pubblicata nel quarto rapporto sulla Comunicazione in Italia ha avuto però un segno decisamente diverso. L’indagine coordinata da Mario Pastore, è stata condotta su un campione di 301 redattori ordinari di testate a stampa e radiotelevisive di tutta Italia.


Dai dati emergono due trend particolarmente rilevanti: anzitutto la scarsa percezione della situazione critica della libertà di stampa, specialmente da parte delle leve più giovani, e il fatto che spesso le limitazioni provengono dall’interno stesso della redazione o, più indirettamente, dall’editore, manifestandosi nei termini di autocensura dei giornalisti. Si tratta di due fenomeni che si legano storicamente ad un modello di giornalismo sui generis, sin dagli esordi legato a doppio filo alla politica e all’economia – spesso in sinergia tra loro – che stenta a trovare quella dimensione di autonomia e quel ruolo di difesa degli interessi pubblici tipici del modello anglosassone.


Il rischio, come fa notare lo storico Nicola Tranfaglia, è quello di una progressiva trasformazione dei nostri giornalisti in truppe “embedded” al servizio dei poteri forti. Fa pensare che l’intreccio tra politica ed economia si manifesti sempre più come il nodo nevralgico della libertà di stampa. Casi come quelli di Ferruccio De Bortoli, “silurato per procura” dalla direzione del Corriere della Sera e rimasto nel limbo per quasi due anni prima di approdare al Sole 24 Ore rappresentano un monito: se ne colpisce uno per educarne cento, incoraggiando così l’autocensura, o utilizzando un’altra formula, facendo entrare il giornalismo nell’area del “tacitamente proibito”.


Le recenti vicende dello scoop di RaiNews 24 sull’utilizzo da parte dell’esercito americano del fosforo bianco a Falluja e sulle battaglie del nostro contingente a Nassirya dimostrano come sia stato necessario un forte interesse da parte dei media internazionali per far uscire la notizia da questo embargo silente. Queste preoccupazioni, emerse a più riprese nel dibattito, soprattutto negli interventi di Roberto Natale dell’UsigRai sono condivise anche da Ruben Razzante dell’ONG, che ha denunciato i “condizionamenti subdoli ed impercettibili nelle redazioni” che, in un contesto caratterizzato da una cultura dirigistica e da un mercato scarsamente funzionante, si pongono come limiti più che concreti all’esercizio degli interessi della collettività attraverso l’informazione. Natale ha peraltro insistito sulla preoccupazione nei confronti di un giornalismo “senza punti interrogativi” che va affermandosi specialmente nel servizio pubblico.


Riflettendo sul ruolo dei giornalisti politici, ormai ridotti a raccogliere e mettere insieme collage di dichiarazioni di esponenti politici, Natale propone nell’immediato un intervento dell’Ordine sulle interviste senza domande, auspicando in una prospettiva di più lungo periodo un accordo dei due poli per modificare i criteri di nomina dei vertici della Rai. Il Preside di Scienze della Comunicazione, Mario Morcellini, dopo aver insistito sulla necessità di incoraggiare la ricerca (anche ricorrendo a tecniche d’indagine diversificate) per ancorare ai dati il dibattito sulla professione, ha fatto notare come lo scoop di RaiNews24 abbia rappresentato l’ennesima occasione mancata per i nostri media informativi di rappresentare la realtà, segnalando anche la scarsa solidarietà dimostrata nei confronti della testata all news del servizio pubblico.


L’intervento di Mario Morcellini ha inoltre toccato altri due temi chiave: la necessità, soprattutto da parte dei giovani giornalisti, di praticare un “ascetismo della relazioni” nei rapporti con il potere, e soprattutto una dura critica contro la flessibilizzazione del lavoro, che traducendosi di fatto nel precariato, ha finito per minare alla base i sistemi di garanzia, contribuendo nei fatti ad erodere l’autonomia dell’intera categoria professionale.

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