Sul blog di Duccio Pedercini 42 storie di donne emigrate: ingiustizie, discriminazioni, gioie e successi
Le pioniere dell'integrazione
di Daniela Cannistraci
25/09/2006
DOLORE, rabbia e nostalgia. Ma anche ottimismo, felicità e speranza nel futuro: tutti questi sentimenti e tante altre emozioni sono descritte nei racconti di 42 donne emigrate, le pioniere dell’integrazione, raccolti da Duccio Pedercini - giornalista pubblicista, da sempre nel settore della comunicazione, sposato e con una figlia - e pubblicati giornalmente, dal primo Settembre al 12 Ottobre sul
suo blog.
Nata grazie ad un’idea del padre di Pedercini durante un viaggio a Capo Verde, questa iniziativa si basa su due anni di lavoro durante i quali sono state contattate circa cento donne emigrate e successivamente selezionate quarantadue storie di vita talmente distante da quella che noi, cittadini di un paese industrializzato e moderno, chiamiamo vita quotidiana da non sembrare neanche reale.
Eppure quelli raccontati da queste donne sono episodi realmente accaduti, in cui si mischiano le parole chuda e chaoar, o badaghinì e kannè, che sembrano diverse ma che hanno un unico significato, ossia fame e mangiare, termini che fanno parte di esistenze difficili che queste donne hanno cercato di lasciarsi alle spalle, emigrando in Italia e cercando così un futuro migliore per loro stesse e soprattutto per i loro figli, considerati come l’unica speranza per lo sviluppo del proprio paese. Tutto questo però senza dimenticare, perché il passato di queste emigrate è anche la loro cultura.
Molte di queste storie sono simili a quelle che si leggono nelle pagine di cronaca dei quotidiani: storie di donne portate in Italia con l’illusione di un lavoro da parrucchiera o guardarobiera e finite invece nelle mani di uno sfruttatore. Come Maria, romena, violentata appena arrivata a Roma, o come Mary, del Ghana, che dopo aver cercato per mesi un lavoro da operaia a Milano, ora vive a Torvajanica e fa la prostituta. Altri racconti sono pesanti come macigni per chi legge, soprattutto se il lettore è italiano, perchè sono storie di razzismo, di donne che in Italia fanno le colf in nero, clandestine come Faetou, senegalese, o come Haidè, una ragazza abbandonata dal marito in Egitto ed ora clandestina con la sua bambina a Roma: lavora come collaboratrice domestica in un quartiere “bene” della capitale, l’Olgiata, non percepisce contributi e paga 400 euro per abitare nel sotterraneo di un comprensorio sulla via Cassia.
Altri racconti ti colpiscono come pugni nello stomaco, come nel caso di Catarina, capoverdiana, la cui storia però è raccontata dalle amiche, perché Catarina è deceduta appena una settimana dopo essere arrivata a Roma: è morta perché ha mangiato troppa carne ed il suo fisico, abituato alla fame vera, non ha sopportato tutto quel cibo.
La guerra è spesso un elemento comune di molti racconti: sono state la guerra tra Tamil, hindu el singole e la guerra del Golfo, che hanno costretto Nandanie Hewa a fuggire prima dallo Sri Lanka e poi dalla Giordania, ed è stato a causa della guerra in Eritrea che Abremet ha perso suo marito, è diventata una profuga in Italia e ha visto la sua terra trasformarsi in una “fabbrica abbandonata”.
Ulima M. invece non è scappata subito dalla guerra ma per un po’ ne è stata parte integrante: Ulima è stata infatti una soldatessa in Somalia, e ha visto le strade di Mogadiscio riempirsi di cadaveri. Nell’Ottobre del 1990 Ulima è arrivata in Italia e attraverso le sue parole riaffiora anche il ricordo triste di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin, uccisi in un agguato a Mogadiscio nel 1994.
Fortunatamente nel blog troviamo anche storie che restituiscono un po’ di fiducia, e sono soprattutto i racconti delle donne arrivate in Italia molti anni fa con la famiglia, donne che con dopo molti sacrifici ce l’hanno fatta, che hanno un lavoro regolare e che riescono anche a fare qualcosa per gli altri. Romana R. fa parte di questo gruppo di fortunate: arrivata dalle Filippine più di dieci anni fa, ha trovato l’amore in Italia e si è sposata. Non è stata una vita facile, ma ora ha un lavoro, una famiglia, degli amici italiani e, cosa più importante, dice di non aver mai subito discriminazioni. Anche Zuleka I. ha un figlio che, essendo nato qui, si sente esclusivamente romano e ha molti amici italiani. Ora Zuleka si dedica ai suoi connazionali, aiutandoli ad integrarsi una volta arrivati nel nostro paese. Aiutare i connazionali è anche la priorità di Maria Da Gloria Silva che, arrivata in Italia a 16 anni, si è laureata ed è diventata una deputata nella sua terra, Capo Verde.
Anche le parole di Suor Lucy, arrivata dall’India e divenuta suora qui in Italia, sono una boccata d’aria fresca: dare amore e solidarietà a tutti, in particolar modo ai malati, i suoi malati, ricoverati al CTO di Roma dove lavora da tanti anni, e dove non smette di aiutare anche se, a volte, subisce delle discriminazioni.
Ha ragione Duccio Pedercini quando dice che queste storie non sono solo pezzi di vita altrui ma rappresentano dei chiari giudizi sul nostro paese e sulla nostra capacità di accoglienza e tolleranza verso il prossimo: se secondo le intenzioni dell’autore questa iniziativa nasce con lo scopo di restituire un volto ed una dignità alle numerose donne emigrate che lavorano in Italia come colf o badanti, e di valorizzarne la storia personale, è anche innegabile dire che le storie del blog ci conducono in un mondo che spesso ignoriamo o facciamo finta di non vedere, forse perché non possiamo o non vogliamo renderci conto dell’esistenza di tanti soprusi, ingiustizie, violenze e prepotenze. Questa iniziativa fa aprire gli occhi bruscamente su tutto questo, porta a galla la miseria, la fame e lo sfruttamento ma allo stesso tempo fa capire come sia possibile affrontare tali situazioni, ed indica, attraverso parole come integrazione, speranza e solidarietà, la via da percorrere per riuscire ad avere un mondo diverso, più umano, più tollerante e più aperto verso chi ci sembra diverso solo per un accento ed un colore.