I cittadini prendono "l'iniziativa" per un servizio pubblico diverso
Un’altra tv. Chi sceglie sei tu
Una televisione fatta di persone, perché è davvero ora che diventi un “servizio”. L’idea è quella di una
proposta di legge di iniziativa popolare, che ridisegna dal basso l’emittenza pubblica, dando ai cittadini il potere di “controllarla”.
La proposta di legge è stata depositata in Cassazione il 24 novembre scorso, dal comitato
Per un’altra tv. L’iniziativa, sostenuta dai
Verdi e coordinata da una senatrice del partito, l’onorevole
Tana De Zulueta, è già stata sottoscritta da giornalisti, artisti, intellettuali, politici,
professionisti d’ogni genere e provenienza.
L’obiettivo è raccogliere le firme sufficienti a superare la soglia di accesso alla Camera dei deputati. Il via alla mobilitazione lo ha dato, il 15 gennaio, un incontro
all’Ambra Jovinelli. Padrone di casa
Sabina Guzzanti e Maria Cuffaro, sostenitori illustri, e tanti cittadini promotori.
Mentre sistema pubblico e privato si rincorrono in un gioco al ribasso, questa legge arriva in soccorso di una malandata libertà di espressione, sottraendola sia al controllo del mercato, che a quello delle lottizzazioni.
L’intuizione centrale, infatti, è l’istituzione di un
Consiglio per le Comunicazioni Audiovisive,
“organismo ampiamente rappresentativo delle istanze politiche, sociali e culturali del Paese “ che determini
“gli indirizzi generali del sistema e contribuisca alla loro attuazione”.
Nel Consiglio, composto da ventuno membri, solo sette sono politici, nominati dai presidenti delle due camere tra i parlamentari. Gli altri rappresentano la maggioranza silenziosa, il resto della società: sindacati, artisti, autori, associazioni rappresentative di utenti radiotelevisivi, associazioni rappresentative di consumatori e tutela dei minori, scienziati, imprenditori, terzo settore, enti (Unione delle Province, Conferenza delle Regioni, Anci).
Al Consiglio, in carica per sei anni, sono riconosciuti ampi poteri di indirizzo, controllo, garanzia, tra cui la nomina dei cinque componenti del
Consiglio di Amministrazione. Fuori il rischio di ingerenze politiche, dentro la possibilità di un reale “interesse pubblico generale” e di una “fruizione partecipata” dei mezzi di comunicazione.
Prevista anche l’abolizione della
Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, i cui poteri passano al Consiglio per le Comunicazioni. Si elimina, così, un altro filtro tra telespettatori e tv.
La legge promuove anche lo sviluppo di sistemi di comunicazione in tecnica digitale, con incentivi alle famiglie per l’acquisto degli apparecchi necessari.
L’art. 4 tutela il
“pluralismo informativo”. Nel lungo dibattito tra pluralismo esterno ed interno, delle imprese o delle opinioni, arriva una terza via.
La “saggezza popolare” di questa proposta di legge avvicinerebbe di qualche passo l’Italia all’Europa. In Svizzera, Inghilterra e altri Stati europei, gli organi di garanzia dell’informazione e della comunicazione prevedono la presenza di rappresentanti del pubblico accanto a quella dei professionisti. I politici non fanno testo.
Vige la logica che il pubblico è padrone.