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Attualità

“Cercare di imporre comunicazione là dove c’è opacità”: conferenza a Scienze della Comunicazione per il riscatto delle popolazioni indigene sudamericane

Se la lotta è una parola

di Virginia Di Marno
23/11/2005

LUCHA. Lucha y palabras. Palabras y resistencia.

Lotta per “Il riscatto delle popolazioni indigene dell’America Latina”, e, in fase “palabras”, la facoltà di Scienze della Comunicazione “La Sapienza” ha messo anche del suo.

Con una conferenza organizzata presso il Centro congressi dell’ateneo, per iniziativa dell’Assessorato all’Ambiente e alla cooperazione tra i popoli della Regione Lazio, della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo e della Onlus A Sud, si sono fatti sedere gomito a gomito “le persone invisibili per l’informazione internazionale”, i rappresentanti della lotta per il riscatto dei diritti violati, gli uomini e le donne che governi ufficili non esitano a chiamare “terroristi”.

Adolfo Perez Esquivel, argentino Premio Nobel per la Pace; Luis Evelis, presidente dell’Organizzazione Nazionalità indigene Colombia; Luis Macas, presidente dell’Organizzazione Nazionalità indigene Ecuador; Blanca Chancos, leader del movimento dnne indigene ecuadoriane; Oscar Olivera, rapprsentante della Coordinadora del agua y la vida e dei movimenti boliviani; Eugenio Rojas, sindaco di Achacachi, municipio indigeno in Bolivia; Carlos Montemayor, giornalista e scrittore messicano esperto della questione indigena.
Più che un elenco di interventi. Più che sette rappresentanti. Più che cinque grandi paesi “chini” sotto gli Usa.


Quello che si può fare è “cercare di imporre comunicazione là dove c’è opacità”, ha detto il preside di Facoltà Mario Morcellini, “prendere coscienza del riscatto in atto ed intrapreso dalle popolazioni indigene lontane dai partiti”, ha sottolineato Gianni Minà direttore di Latinoamerica, “fare battaglia comune, rompere i silenzi della politica italiana e iniziare a parlare dell’occidentale debito ecologico”, secondo l’assessore regionale all’Ambiente Angelo Bonelli.

In una sala calda, davanti a due telecamere, i “compañeros” si alzano uno dopo l’altro per parlare con la voce della loro gente e con le rughe dei loro volti.
“La palabra sin acion es vacio. La palabra con acion puede ser muerte”: lo dice il Premio Nobel ’80, lui che alla morte c’è sfuggito per un pelo. Doveva essere getteto in pasto ai tiburones come gli altri dissidenti, ma qualcuno lo fece tornare al mondo. Oggi l’argentino Adolfo Perez Esquival continua a girare il mondo per la causa delle genti che popolano la porzione di America che fa caso a parte.
Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), Fondo Monetario Internazionale (FMI), Banca Mondiale, governi neo-liberali: tutti vogliono imporre regole. Regole, però, stilate dai vincitori.

Una delle ultime novità si chiama “Alca” (Area di Libero Commercio delle Americhe), è un’idea Bush, e, se sottoscritta, darebbe il via ad una nuova forma di neo colonizzazione.
Ma, in tutto questo gioco, le popolazioni indigene, sedute in panchina, hanno deciso di entrare in campo senza il permesso del mister. Il loro forte si chiama “identità” e “nuestra pacha mama” (madre natura).
Si prenda come esempio un caso per tutti. Blanca Chancoso, ecuadoriana, leader del movimento donne indigene. Le prime parole sono quasi dette sottovoce. Lei si veste come la sua gente, parla l’idioma della sua gente e crede nella lotta per la difesa.
La prima volta furono scacciati dalle loro terre e si rifugiaro all’interno. Ma sotto il suolo all’interno del Paese ci sono giacimenti petroliferi e minerari quindi anche quello non è il posto giusto. E allora, qual è il loro posto?

Si dice sia “per il bene del Paese”, ma un Paese non è forse il suo popolo?
Si dice sia la “civilizzazione”, ma è la stessa civiltà che ha fornito medicine scadute e alimenti contenenti sostanze sterilizzanti inaugurando un genocidio silenzioso?
Questo bene e questo progresso Blanca e i suoi non lo voglio. Il tono di voce si alza nella triste consapevolezza che non basta urlare per intimidire chi è abituato a vincere, da secoli.
E i governi intanto continuano a fare il loro comodo nella stanza degli specchi, sbattendo la porta il faccia “ai figli della terra, la gente della parola, il popolo di lotta”.


Luis Evelis non risparmia nessuno. “Le istituzioni continuano a parlare di una Colombia bella, ormai pulita da ogni sporco affare. Perché nessuno dice, invece, che nel 28% degli assassinii è implicato lo Stato?”. Uribe, il presidente modello che fa sorgere uffici per il turismo in giro per il mondo, non esita e non ha esitato in passato a reprimere insurrezioni con la forza. Uccidendo. E si sta parlando di un Capo di Stato.

Le parole si accavallano. Le cuffiette traducono sempre più veloci e mani leste fanno scorrere la penna, riga sotto riga.
Conoscere, conoscere e conoscere. Una parola che martella il pensiero di una studentessa come tante di Scienze della Comunicazione, nella consapevolazza di non poter mai arrivare alla verità e nell’illusione di poter credere nei solchi dei pochi visi rigati che riescono a mettersi davanti a un microfono.

LUCHA. Lucha y palabras. Palabras y resistencia.
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