L'aspirante giornalista e l'impatto con la redazione vera (parte I)
Al Settimo Cielo?
DIARIO DI BORDO i racconti dell'estate
LE STRADE deserte di Roma stanno immobili sotto il sole, in bilico tra canicola estiva e i tuoni che si sentono in lontananza. Gli autobus sono pieni, ma solo di turisti. E nell’afa che minaccia temporale di un’estate che non è proprio estate,
l’11/b di piazza Indipendenza è lì, estraneo ai capricci metereologici, indifferente e tranquillo. E’ agosto, e una figura solitaria, maglietta a righe e pantaloni a mezza gamba, varca la soglia. Passa i controlli della portineria e sale su, al Settimo Piano, che in una fuggevole e confusa associazione mentale diventa Settimo Cielo o, in maniera meno ottimista e ancora più iperbolica, il Settimo Cerchio di
un posto un po’ meno accogliente. E’ un attimo, poi la salita si ferma, le porte si aprono e la divagazione letteraria si interrompe a metà.
Eccola, la Redazione. Le immagini che ti sei costruito negli anni saltano fuori all’improvviso, aspettando di essere stravolte, capovolte, rimaneggiate completamente. Ma c’è una sorprendente affinità tra le costruzioni virtuali e quello che vedi con gli occhi. Sono le 15 e il posto è ancora praticamente deserto. E hai subito il tempo di renderti conto di dettagli fondamentali. Sì, l’aria che si respira qui dentro è vagamente romantica. Sì, i computer sono veramente
Apple; sì, le scrivanie sono piene di carte ammucchiate e sparpagliate; sì, le foto di figli/mogli/altri parenti fanno capolino tra montagne di vecchie copie del giornale e menabò di tre mesi prima. E sì, ci sono un po’ di storiche prima pagine appese ai muri, anche se non tante come ti aspettavi. I due o tre redattori presenti siedono alle loro postazioni, sguardo sul monitor, telefono all'orecchio e mani sulla tastiera. Sì: giornalisti veri in azione.
Da lì in poi è un insieme di impressioni e frammenti di pensiero, di collegamenti irregolari, di un’omogeneità che è ancora troppo in là per essere completamente afferrata. Si rincorrono sensazioni a cui non sei in grado di dare un nome, ma che prese nel loro insieme fanno raggiungere livelli neuronali stratosferici. Il rumore delle tastiere, lo squillo dei telefoni, i televisori accesi, le voci che parlano, discutono, inventano un giornale. E’ tutto un susseguirsi di sguardi che si incrociano per un attimo, a cui basta un istante per trovare l’intesa e poi via, su altre traiettorie. I clic del mouse che salvano una pagina, l’odore di caffè e carta nell’aria, il fresco dei condizionatori, mentre fuori l’oscurità si fa strada e l’attività all’interno è sempre più febbrile. E tu, figura solitaria in un mondo “oltre” – oltre quello che c’è fuori, oltre i ritmi ordinari, oltre tutto quello che hai visto finora – guardi e osservi, pensando che non riuscirai mai a descrivere quello che vedi, che tutto è così veloce, irregolare e sfuggente che non c’è modo di catturarlo, non in maniera precisa. E tutto quello che puoi fare è adattarti al contesto, seguire le correnti che si incrociano, saltare da un punto ad un altro, giustapporre i frammenti come in un mosaico impazzito, ma che alla fine trova sempre la sua forma.
Così, quando la figura solitaria esce per tornare a casa – dando un’ultima occhiata al tranquillo ed indifferente edificio - pensa che forse era sbagliato pensarla in termini di Settimo Cielo o Settimo Cerchio. Che in realtà ce n’è dell’uno e dell’altro, e che la parte migliore è quella di congiunzione tra le due cose. E mentre si perde nel fresco umido della sera arriva alla conclusione che quel Settimo, forse, si porta dietro tutta la tradizione del Sette: quella dei chakra e dei colori dell’arcobaleno; quella delle meraviglie del mondo e quella dei colli di Roma; quella dei saggi filosofi greci e quella dei peccati capitali.