UN VOLTO noto della comunicazione e della televisione,
Giovanni Floris lo è diventato. Ma la forza della sua immagine proviene dal non essere nato come un “prodotto televisivo”. Cacciato
Santoro dall’azienda Rai, la terza rete aveva bisogno di un programma che non doppiasse
“Sciuscià”, ma l’impresa non era semplice. “Era proprio ciò che la gente non voleva”, dice il giornalista: la gente era stata privata di una trasmissione in cui credeva, perché mai doveva accontentarsi di una trasmissione sostitutiva, per giunta condotta da uno sconosciuto?
Così lo scorso 5 dicembre Giovanni Floris inizia a raccontarsi alla platea del centro congressi
Enel di Roma. Ci sono studenti dei corsi di specializzazione in Comunicazione e Giornalismo delle università romane. Con intelligenza e sensibilità il giornalista rende noti i meccanismi del “suo” giornalismo:
un giornalismo senza eccessi e senza retorica, che coinvolge anche il terget dei giovani.
Mario Morcellini, preside della facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza, monitora la discussione, proponendo degli interrogativi che riguardano l’informazione nella nostra televisione.
Com’è strutturata “Ballarò”? Quali sono i modelli più adatti per attrarre il
pubblico dei giovani, poco coinvolto dalle altre trasmissioni di informazione? Il giornalista racconta da dove nasce l’idea del programma in una piacevole chiacchierata a cui, nella seconda parte dell’incontro, partecipano a lungo i ragazzi del pubblico.
“Ballarò” è il ritorno all’informazione tradizionale, anche lo studio è ridotto ai minimi termini: il muro dipinto ogni volta in base al tema riporta all’idea del disegno fatto a mano, di una creazione basilare che ha obiettivi diretti, lineari. Il cuore della trasmissione è la notizia, la cui forza sta nell’essere riconoscibile: se è data dal buon giornalista si vede subito, piuttosto che se a dirla è un cattivo giornalista o uno che giornalista non lo è affatto.
Il segreto di “Ballarò” sta nell’essere una manovra funzionale, non etica. Dice Floris: "Se mostro il bianco e il nero di una questione non mi guarda nessuno”: portare in televisione pareri antitetici, non mostrare i mezzi termini, non interessa il pubblico e lo fa fuggire dalla televisione.
I giovani, però, guardano “Ballarò”. Per i contenuti, sottolinea il giornalista. Se la trasmissione parla di criminalità o di economia, lo fa con un'ottica funzionale. La gente ha paura, la gente non sa come arrivare a fine mese: “Ballarò” indaga le cause di un problema ponendo la lente di ingrandimento dritta sulla quotidianità della gente comune.
L'ultimo appuntamento del ciclo
“2orecon” si svolgerà alle 17 di lunedì 19 dicembre con il direttore del Tg5 Carlo Rossella. Anche questa discussione sarà in linea con il rapporto tra giovani e informazione televisiva: "Leggerezza o rigore? Quale linguaggio per avvicinare i giovani all'informazione".