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di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
UN MITO tra gli altri. Uno di quelli che muore a quarantrè anni, di aids e che lascia dietro sé una scia di critiche, accuse, a volte disprezzo e, soprattutto, tanta tanta arte.
A Torino, presso Il Parco del Valentino, dall’8 ottobre al primo gennaio saranno esposti 240 scatti del fotografo maledetto, Robert Mapplethorpe.
LE SUE PAROLE più famose furono: “Voglio che la gente guardi le mie opere prima di tutto come opere d’arte, e poi come fotografie”. Alcuni ci riuscirono, molti su quelle immagini seppero solo leggere volgarità e, forse, addirittura malattia. Eppure era solo l’arte di un uomo nato nel ’46, nato troppo presto nel tempo. Dai particolari degli organi riproduttivi dei fiori ai nudi, maschili, dotati, in pose anche erotiche.
UN'ESALTAZIONE della monumentalità del corpo su cui si scagliarono violentemente le critiche dei conservatori e dei religiosi. Loro le guardarono, probabilmente le osservarono e poi urlarono allo scandalo. Dopo la sua morte, continuarono a prendersela contro chi riusciva a vederci solo arte. Nel ’90 l’accusa per “induzione all’oscenità” la dovette fronteggiare Dennis Barrie, direttore del Cincinnati Contemporary Arts Center, galleria in cui fu organizzata una mostra che comprendeva sette ritratti sadomaso. Lui riuscì ad essere assolto.
Come per molti grandi artisti, il riscatto arriva sempre troppo tardi.