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Attualità

L'aspirante giornalista alle prese con la redazione maschile (parte II)

Una donna in Corriere

DIARIO DI BORDO i racconti dell'estate
di Lucia Laudando
16/08/2006

QUANDO si pensa a “giornalista” in genere viene in mente una figura con barba e capelli spettinati, con la voce roca e magari una sigaretta in bocca. Soprattutto quando si pensa al mondo giornalistico maschile per eccellenza, quello dello sport. Poi però capita che allo sport ci vada a finire non il barbuto professionista, ma una signorina dilettante. Non solo. Magari, come nel caso presente, la signorina dilettante finisce nel settore più ostico, il calcio. Sfidando gli stereotipi di genere, della donna che odia il pallone. La donna che non sa come funziona il fuorigioco, la donna che non fa vedere le partite in tv al suo uomo e che quando colpisce per caso una palla, questa prende una traiettoria ad effetto spettacolare che farebbe morire d’invidia un professionista, se solo fosse voluta. Insomma, la signorina ha un bel carico di luoghi comuni a cui far fronte.

D’altra parte tali svantaggi culturali possono diventare potenziali punti a favore. E quindi, se per caso la ragazza butta lì che preferisce la difesa a zona perché “garantisce copertura in ogni situazione e i difensori partecipano di più all’impostazione del gioco” o che non dimenticherà mai “il gol di Salas contro il Manchester nel match per la Supercoppa europea, preludio allo scudetto”, inevitabilmente si guadagna uno sguardo di rispetto del suo interlocutore-redattore. Che poi può anche essere che non capisca nulla della differenza tra difesa a zona e difesa a uomo, e che si ricordi del Manchester solo perché tifa Lazio, ma non potrebbe fare altrettanto per un’altra squadra. In entrambi in casi non importa: quello che conta è piazzare la frase giusta al momento giusto e assumere l’aria di chi queste cose le mastica abitualmente.

Per fortuna essere di genere femminile in una redazione maschile ha anche vantaggi che vanno oltre i frammenti di conoscenza sportiva. Per esempio, sono tutti gentili. Non che non lo siano normalmente, ma il gentil sesso ne incrementa il livello. Così salutano tutti sorridendo, non importa quanto stanchi o quanto di fretta vadano; danno un sacco di suggerimenti su come fare questo e quello; se la signorina assume un’aria un po’ perplessa ci sono subito un paio di persone che la aiutano e quando vuole un caffè trova quasi sempre qualcuno che da perfetto gentiluomo dice “lascia a me” e glielo offre.

La cosa più bella è che si gode di una posizione assolutamente privilegiata di osservazione. A volte la fanciulla si sente come uno di quegli scienziati che studiano il comportamento di specie che non conoscono bene, ma che hanno un potenziale di interesse enorme. E qui il potenziale di interesse è alto davvero.

Come si muovono, per esempio. Tutti sicuri, con l’aria di chi sa che “questo-è-mio-territorio” e ci sta bene. Come stanno seduti, spesso sbracati e contenti di esserlo, che a guardarli così rilassati e noncuranti è un piacere. Il modo deciso di parlare al telefono o di scrivere un articolo, con il piglio di chi queste cose ce le ha nel DNA. Come si salutano, con il fondo spavaldo delle strette di mano o delle pacche sulle spalle.

Le situazioni più divertenti, poi, vengono fuori quando la signorina nota che qualche stereotipo vale anche per loro e un po’ fa strano, dato che è lì anche per contraddire i luoghi comuni. Ma tant’è. Così qualche volta intuisce che il gruppetto giù in fondo, che chiacchiera fitto fitto, non sta proprio parlando di menabò o di titolazioni, almeno a giudicare dalle risate che le arrivano. Ma quando volutamente prova ad avvicinarsi, vede che ammutoliscono e cambiano argomento. E mentre internamente si sta divertendo un mondo, chiede di cosa si parla e tutti si disperdono imbarazzati, mentre uno dice “non puoi sentire”.

O quando guardano partite di calcio. E in un periodo in cui di incontri veri ce ne sono pochi, devono accontentarsi delle ripetizioni di match già disputati. Quelli dei mondiali ad esempio. Per i quali però non ha senso la dicitura “replica”. Così è tutto un seguire a naso all’insù, mentre ci di dispera per azioni che si sa già che non andranno a buon fine e si impreca contro una squadra che si sa già che perderà.

Poi le battute, le allusioni, le classiche “uscite da maschio”. Il cambio di mese al calendario Max, che scatena richiami e riferimenti di ogni tipo; i commenti alle nuotatrici impegnate in vasca; gli incoraggiamenti alle atlete della 20km di marcia. Tutto questo mentre la rappresentante femminile se ne sta seduta dietro il suo computer e guarda tutto mentre si sforza di non ridere troppo forte.

Eccola, pensa la signorina, la redazione sportiva: gran lavoratori, ma anche imbattibili “caciaroni”. Un po’ precisi e pignoli, un po’ scanzonati e improvvisatori. Che a volte mettono soggezione e a volte sembrano suoi coetanei. Ma in fondo, a dispetto delle differenze e dei luoghi comuni che si intrecciano, è un posto dove c’è più di qualcosa da imparare, e non solo sul giornalismo. Che senso avrebbe, altrimenti, essere di genere femminile in un mondo di “cose da uomini”?

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