«AVVICINATI dunque glorioso Odisseo, grande vanto dei Danai, ferma la nave, ascolta la nostra voce, nessuno mai è passato di qui con la sua nave nera senza ascoltare il nostro canto dolcissimo»: è la copertina che parla.
Si chiama “Visibilità senza potere”, è l’ultimo libro di Emily Buonanno: “Sorti progressive ma non magnifiche delle giornaliste italiane”, sirene ammaliatrici mute per una flotta di uomini.
Il 19 maggio, nell’aula Wolf della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università "La Sapienza" di Roma, seduta tra Andrea Cerase e il preside Mario Morcellini, dietro un paio di occhiali scuri, l’autrice ha parlato del suo ultimo lavoro.
«Ero in treno. Leggevo un quotidiano. I miei occhi incontrano una classifica: in quanto a pari opportunità, l’Italia sta al 45esimo posto su 60, dopo Bangladesh e Malesia»: la Buonanno, docente di Sociologia della Comunicazione e direttore dell’Osservatorio sulla fiction italiana, inizia così a raccontare delle “prospettive degli anni 2000” e delle “retrospettive” che hanno fatto la storia del giornalismo in gonnella.
Il “processo di femminizzazione” inizia appena trent’anni fa. Ancora alla fine dei ’70, tra il popolo dei giornalisti, solo una su dieci era la probabilità di incontrare una donna, ghettizzata tra l’altro in ruoli di poco conto. Poi arrivarono gli ’80, la modernità si appropriò delle menti, i mass media aumentarono e le giornaliste presero piede. E oggi?
«Oggi sono meno di quanto si possa credere – ha detto la Buonanno – Solo il 28%. Ancora neppure un giornalista su tre è donna».
Eccole: visibili ma senza potere; ben vestite, abbellite e professionali su uno schermo ma esuli dai tavoli decisionali. È tutta questione di visibilità, uno “zuccherino”, come l’ha definita Mario Morcellini, che non è altro che potere effimero.
La frangia femminile c’è, entra nel settore ma non arriva al potere. Perché? «Perché per arrivare ai vertici bisogna giocare duro e, a volte, anche sporco, e non tutte le donne decidono di farlo. Perché c’è chi non ci prova neppure. Perché c’è anche chi si trova la strada sbarrata», ha risposto l’autrice.
Eppure quello del giornalismo rimane un caso particolare. «Ci sono casi in cui le donne se la sono tirata di meno e se la sono cavata di più: sto parlando della magistratura, dell’associazionismo, dell’università, del volontariato». Su questo ha posto l’accento Mario Morcellini, sul paradosso di un giornalismo che nasce per raccontare il nuovo ma che non rispecchia la modernizzazione che muove la società. «Le donne sono più brillanti nelle performance, terminano prima gli studi, sono nmerose nei corsi di alta formazione. Tutti i dati sono a loro favore».
Solo una cosa rimane da fare: cambiare prospettiva. Abbandonare l’ambizione di entrare in un mondo costruito da uomini e avere il coraggio di apportare nuove strategie, idee al femminile.
Forse è proprio così, il segreto è rinunciare ad assomigliare agli uomini ed essere un po’ più donne, anche nel giornalismo, ripulite dalle «incrostazioni forti degli stereotipi».
