LA FEDERAZIONE GIORNALISTICA internazionale (Ifj, organizzazione che rappresenta più di 500 mila giornalisti in oltre cento Paesi) chiede “un'indagine” sull'operazione di polizia che ha condotto alla chiusura di “21 degli oltre 140 siti internet di Indymedia nel mondo”.
Lo si afferma in un comunicato dell'Ifj datato 8 ottobre: “Abbiamo assistito ad un'intollerabile e invasiva operazione internazionale di polizia contro una rete specializzata nel giornalismo indipendente”, afferma nella nota il segretario generale dalla Federazione, Aidan White. “Il modo in cui si è agito ha il sapore più dell'intimidazione contro una legittima inchiesta giornalistica che non della repressione di un crimine”.
Già il venti novembre 2003, a pochi giorni dalla strage di Nassiriya, Alleanza Nazionale chiese al governo di chiudere il sito internet di Indymedia alla luce dei testi pubblicati sulla morte dei militari italiani. Quel giorno Mario Landolfi (An) illustrò in aula a Montecitorio una interpellanza ai ministri Gasparri e Castelli per chiedere al governo quali provvedimenti urgenti potesse prendere, anche tramite la polizia postale per far cessare, disse allora il dirigente di An “immediatamente questa volgare ed infame aggressione nei confronti delle forze armate italiane non escludendo l'oscuramento del sito”.
Landolfi definendo i contenuti del sito allora parlò di “espressioni di implicita condivisione e di adesione al vile agguato terroristico, di giudizi vergognosi, offensivi e infamanti, e comunque penalmente rilevanti nei confronti dei militari italiani impegnati in Iraq in una meritoria azione di pace”.
Questi alcuni passi pubblicati dal sito in quei giorni e citati in aula da Landolfi: “Questi 'bravi ragazzì che sono in Iraq sono gli autori di una delle pagine più nere della violenza di Stato italiana negli ultimi anni, i Carabinieri in stanza a Nassiryia sono tra quelli che si 'distinserò per i pestaggi e le torture al G8 di Genova fino a uccidere il compagno Carlo Giuliani. E i militari sono di quell'esercito che ha compiuto bravate in mezzo mondo, dagli stupri alle torture in Somalia, passando per gli atti di pedofilia in Mozambico, e piu nella ex-Jugoslavia e in Afghanistan”
Per quelle frasi anche la Procura di Bologna chiese alle autorità americane l'identificazione di alcune persone: “Qualche mese fa è stata avviata una rogatoria - ha spiegato un investigatore - ma dell'esito non ci è arrivata ancora alcuna comunicazione”.
L'oscuramento del sito web potrebbe essere collegato con l'inchiesta emiliana, secondo il procuratore capo Enrico Di Nicola: “Non lo posso escludere - si è limitato a dire - anzi è molto probabile. Solitamente, e lo facciamo in tutti i casi in cui sono coinvolti siti internet, anche in materia di terrorismo islamico, cerchiamo di identificare i responsabili delle scritte oggetto di indagine. Questo anche per verificare se ci troviamo davanti a gesti di imbecilli oppure a soggetti coinvolti in movimenti eversivi”
“Internet non è una zona franca per alcun genere di reato”. Sulla vicenda è intervenuto Lucio Stanca, ministro per l' Innovazione e le Tecnologie e componente della task force appena costituita all' Onu da Kofi Annan per la gestione di Internet. Per Stanca “Internet è un grande spazio di libertà e come tale va salvaguardato”, ma ha anche sottolineato che “proprio per questo non può essere una zona franca per reati che vanno perseguiti come quelli che si perpetrano con i mezzi e negli spazi tradizionali”.
“Se c'è stato un intervento dell' Autorità competente, ossia la magistratura - secondo il Ministro - è evidente che ci sono motivi validi che giustificano questa iniziativa che, come tale, va rispettata. L' oscuramento riguarda in particolare un sito che offende la memoria di eroi caduti per mano di terroristi”.mo di identificare i responsabili delle scritte oggetto di indagine. Questo anche per verificare se ci troviamo davanti a gesti di imbecilli oppure a soggetti coinvolti in movimenti eversivi”