Adesso anche le grandi aziende italiane contro il p2p
File sharing sul posto di lavoro? Licenziato!
Qualcuno l’aveva già previsto, ed in effetti uno dei tanti effetti collaterali del provvedimento Urbani sul file-sharing non ha tardato a manifestarsi: in molte grandi realtà aziendali italiane si è registrata una notevole crescita dell'installazione e dell'utilizzo di software per il download e la condivisione di musica e film.
Si tratta soprattutto di grandi aziende dell'informatica e delle Tlc e di banche, e quello che sta succedendo è in realtà molto semplice: il timore di pesanti sanzioni amministrative e anche penali ha significato per molti italiani una migrazione della pratica del p2p dai Pc privati e personali a quelli aziendali e di lavoro.
Il problema è che questo fenomeno, ovviamente, non è passato inosservato da parte delle direzioni dei sistemi informativi e delle risorse umane di molte aziende, che negli ultimi tempi hanno emanato dei veri e propri diktat in cui si ribadisce solennemente e formalmente il divieto di praticare il file-sharing sui Pc aziendali.
E la cosa più bella è che le aziende sono così inviperite non tanto perché tramite i loro impiegati si farebbero carico di un’azione illegale, ma sopratutto perché la diffusione del peer-to-peer interna all'azienda può determinare una elevata occupazione di banda e il rallentamento del traffico nei sistemi informativi aziendali.
Senza contare la diffusione di virus all'interno e all'esterno dell'azienda stessa.
Fatto sta che ai lavoratori viene ribadito che, oltre a poter incappare nei rigori della legge italiana, saranno puniti disciplinarmente con le sanzioni previste dai contratti collettivi di lavoro e comunicate attraverso le famigerate bacheche aziendali.
Accuse?
Uso improprio e privato dei mezzi aziendali, inottemperanza agli obblighi di diligenza, danni all'immagine dell'azienda.
Conclusione? Se volete godervi in santa pace l’ultimo film uscito senza rischiare di perdere il posto di lavoro, scaricatevelo da casa.