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MediaZone è un progetto della Facoltà di Scienze della Comunicazione e del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
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Attualità

Sempre in corso la lotta allo spamming. Ma il problema rimane

Microsoft, Onu, Fbi: tutti contro lo spam

di Glauco Di Mambro
06/08/2004

La ricerca
Spammer, junkers, mailbombers: tanti nomi per indicare la stessa cosa, e cioè una grande scocciatura per chi vede la propria posta elettronica intasata da messaggi indesiderati.
Per non parlare dei nuisance, quelli che vogliono solo ‘disturbare’ anche senza ragione e mandano e-mail in quantità.
Lo spamming è sempre più visto come una piaga da eliminare nel mondo del web, e le ultime novità in merito arrivano da due ricercatori statunitensi, Jason Kim e Linda Crasco, che hanno pazientemente cercato la prova di quanto immaginavano stesse accadendo da tempo: gli spammers elaborano continuamente nuovi sistemi per abbattere le barriere alzate dai filtri.
Cina e Russia: Spamhaus Project e Trojan
Ma la storia parte da molto più lontano.
Già tre anni fa Steve Linford, direttore del progetto Spamhaus Project, aveva lanciato l'allarme: “entro la fine del 2004 l'80% della posta su ogni Pc sara spazzatura”.
E tutto ciò soprattutto grazie a Cina e Russia, domicilio preferito degli Isp dei provider spam.
Che però sono quasi tutti americani.
Alla conferenza Openwave messaging anti abuse” che si tenne a Londra, il più grande esperto del fenomeno aveva quindi messo in guardia sull’accortezza degli spammers, capaci di realizzare potenti firewall in grado di nascondere la provenienza delle mail infette.
Anche dopo quell’incontro, però, a nulla è servita la pressione sugli Isp cinesi per chiudere gli spazi alla banda di untori della rete:  questi, infatti, se ne sono altamente infischiati e hanno preso possesso di tutte le dorsali più importanti, inserendosi nei flussi di informazioni che ogni secondo fanno il giro del mondo.
 E che dire degli spammers russi, che per mille dollari a settimana sono pronti a paralizzare anche il sito del Cremlino?
Ai  sovietici va inoltre il merito di essersi specializzati nel contaminare computer col virus Trojan”, che, senza che tu te ne renda conto, ti trasforma il Pc in un  mini-server irrintracciabile e soprattutto utilizzabile a sua volta per inviare altri virus e messaggi spazzatura indesiderati. Geniale.
Senza dimenticare che è un russo, Alexei Panov, ad occupare il terzo posto della classifica mondiale degli spammers, seguito a poca distanza da un altro connazionale, Ruslan Ibragimov.
U.S.A.: Bill Gates e gli zombie
Tutta questa maestria sovietica non deve però trarre in inganno: il problema viene in realtà  soprattutto dagli USA, e Russia e Cina sono solo bracci di una mente occidentale ben più scaltra e, è proprio il caso di dirlo, navigata.
Di questo se ne è reso conto anche Bill Gates, che in un impeto patriottico era sceso in campo proponendo un sistema di filtraggio che consente di verificare l'identità del mittente: all’ambizioso progetto Microsoft collaborarono anche Yahoo, EarthLink e America Online.
In una e-mail inviata ai propri clienti, Bill Gates annunciò quindi  l'imminente arrivo di una nuova tecnologia anti-spam, in grado di garantire una maggiore tutela agli utenti Internet: era finalmente possibile individuare e bloccare i "dictionary attacks", i percorsi informatici mediante i quali gli hacker inviano un messaggio a un certo numero di utenti di un provider, penetrando nel loro sistema e rubando informazioni riservate. E forse era addirittura possibile combattere anche gli zombies, cioè quei virus che si annidano nei computer per lungo tempo e che non sono rintracciabili con i normali sistemi di protezione.
Ma niente: a suon di firewall gli spammers riuscirono ad eludere anche questa.
Lo spammer di Buffalo e la corte federale
Nemmeno quando è entrata in campo la giustizia, incarcerando  nel 2003 lo “spammer di Buffalo”, reo di aver diffuso 850 milioni di spam, il fenomeno sembrò subire una botta di arresto.
E pensare che lo spammer di Buffalo, al secolo Howard Carmak, aveva pure dovuto pagare un indennizzo di 16,5 milioni di dollari al  provider Earthlink.
All'epoca in cui il pionere Howard Carmak cominciò a infestare la Rete - era il marzo del 2002 - non esisteva nemmeno una normativa federale antispammer che supplisse al vuoto normativo dello stato di New York: e così la procura decise di addebitargli 14 imputazioni alternative che lo hanno portato alla condanna a 7 anni di reclusione.
Il messaggio che veniva dalla Grande Mela era chiaro: con lo spam non si scherza.
L’ONU e la cooperazione internazionale
E se dagli USA arrivava questo giro di vite, da Ginevra le dichiarazioni non erano meno minacciose nei confronti degli spammers.
Alla conferenza dell'Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (Itu), ovvero l’ agenzia delle Nazioni Unite per le telecomunicazioni, era addirittura l’ONU a chiedere regole sullo spam entro due anni, definendo lo spam una “moderna epidemia”.
 Robert Horton, responsabile dell'authority delle comunicazioni australiana e presidente della conferenza, fu molto esplicito: “Abbiamo per le mani un'epidemia che dobbiamo imparare a tenere sotto controllo, e la cooperazione internazionale è l'obiettivo ultimo: purtroppo molti paesi non si sono dotati di leggi adeguate, il che rende difficile perseguire penalmente il fenomeno a livello internazionale, ma con una standardizzazione dei provvedimenti legislativi più facile la repressione sarà più facile”.
Il Giappone e la psicosi da spam
Niente di più sbagliato. Per tutta risposta infatti lo spam iniziò a contaminare perfino i cellulari, e stavolta era dal Giappone che arrivava la notizia: 9 sms su 10 erano sms  spam.
La psicosi da spam si era ufficialmente diffusa: da un sondaggio condotto da Yahoo su 37.000 internauti di 5 continenti, risultò che gli americani erano disposti a usare il filo interdentale tutti i giorni, i composti inglesi e i pigrissimi italiani potevano arrivare a sudare in palestra cinque volte a settimana, mentre gli spagnoli erano pronti persino a smettere di fumare pur di liberarsi dallo spam.
L’FBI e la mafia. Informatica.
Il cybercrimine dunque dilagava in ogni dove, e chi scende in campo quando tutto sembra essere davvero perduto?
Ma l'Fbi, ovviamente, che, forse un po' in ritardo rispetto agli allarmi che provenivano da parecchio tempo da tutti e quattro gli angoli del mondo, dichiarò che “lo spam non è più solo un gioco da ragazzi. Stiamo parlando della nuova mafia informatica”. Davvero perspicaci.
In realtà è molto probabile che a svegliare l’Fbi furono, come al solito, gli ingenti danni economici di quello che sembrava solo un passatempo per stupidi ragazzini smanettoni: ma 36 milioni di dollari, tanto il costo in termini di perdite commerciali del virus Mi2g diffuso tramite spam, non sono bazzecole.
Per non parlare del  milione di dollari di SoBig o dei 500 mila dollari a settimana di MsBlaster
 Tutti diffusi tramite spam: e in effetti due fenomeni abbinati, spam e virus,  rischiano di diventare delle vere e proprie bombe a orologeria pronte a deflagrare in ogni istante in ogni luogo.
Ma se il tintinnio di manette dovrebbe mettere in guardia i truffatori del web a ritornare sui loro propositi, il gusto di violare la privacy altrui e intromettersi nei data base per attingere informazioni e rubare denaro rimane un'emozione che stuzzica la fantasia di molti cyber criminali.
 E così l'Fbi ha realizzato diversi accordi con le più importanti aziende di programmi anti spam e anti virus per mettere in piedi una task force in grado di contrastare con tempismo ed efficacia l'esercito invisibile dei criminali della rete: ma nemmeno il suddetto tintinnio delle manette ha calmato le acque.
A questo punto sembra proprio che con lo spam si possa solo cercare di imparare a convivere.
I filtri
C’è da dire però che i grandi del web non sono rimasti a guardare: Yahoo Mail, Hotmail, Eudora o Outlook ad esempio hanno tutti un filtro che aiuta l’utente a non avere posta indesiderata. O almeno così dovrebbe essere: ed è proprio qui che torniamo da dove eravamo partiti, e cioè dalla ricerca  statunitense.
 Il problema è che i filtri di cui parlavamo sono come dei vigilantes che riconoscono i ‘junk’, ma dall’esperienza e dalla ricerca di Kim e Crasco, è stato stabilito che quello che sembrava un sistema perfetto ha invece alcune falle e alcune e-mail vanno ad accumulare ‘scorie’ nella posta.
Attualmente il filtro migliore che viene usato è il Bayesian scoring’, metodo  adoperato anche nella ultima versione di Eudora.
E’ stato creato in modo da riconoscere alcune parole che molto probabilmente fanno parte di ‘lettere’ sospette e le butta via: ma i dubbi rimangono.
Come quelli di Jean Armour Polly, che si è interessata di Internet e ha scritto persino un libro per raccontare della sua  posta, bersagliata da circa  900 mail ‘non gradite’ al giorno.
 E la sua conclusione sa tanto di una remissiva sconfitta: “Bisogna imparare a tollerare la presenza delle mail spam, perché al massimo ne puoi buttare 45, non di più”.  
Sui filtri, invece, la scrittrice  non ha dubbi: “Si tratta di teoria e di cose leggendarie”.
Certo  è che da Eudora arriva la replica piccata e la difesa dei metodi usati: i filtri attuali riescono a buttare via il 97 per cento dello spam, secondo le dichiarazioni della casa.
Blacklist vs Bayesian scoring 
Qual è la verità?
Per iniziare a capirci qualche cosa in più, bisogna ricordare che ci sono principalmente due correnti di pensiero sugli antispam: da una parte ci sono quelli che pensano convenga utilizzare il metodo della blacklist, che si basa solo sulla provenienza delle mail sospette, dall’altra ci sono i sostenitori del cosiddetto sistema bayesiano.
Le blacklist però  hanno subito una sonora sconfitta soprattutto quando  la Federal Trade Commission ha giudicato insufficiente  la “Do not e-mail list” contro lo spamming: questa, che consisteva appunto in una 'black list' contro il dilagare della junk mail, creerebbe infatti seri problemi ai colossi che gestiscono l'enorme flusso di utenti che utilizzano la posta elettronica.
 E come se non bastasse, il punto debole delle blacklist è costituito soprattutto dal fatto che tutti i provider prima o poi ci finiscono: pensate che è capitato anche ad aziende che si sono rivolte agli avvocati perché accusate ingiustamente di essere spammer.
La corrente che attualmente va per la maggiore sostiene quindi che un antispam basato solo su blacklist non è sicuramente professionale, e che bisogna affidarsi assolutamente ad un sistema bayesiano.
Il sistema bayesiano è basato sul calcolo delle probabilità, ed agisce confrontando le e-mail in arrivo con due database, uno con la posta di spam e l’altro no: in questo modo il sistema è in grado di riconoscere e valutare se l’e-mail somigli a una spam o se  sia invece ‘buona’.
Ma la vera utilità del metodo consiste nel fatto che se anche lo spam cambia forma, come accade ormai sempre più spesso, si riesce comunque a coglierne la sostanza: questo sistema, studiato soprattutto per l'utenza business, è più efficiente della blacklist sia per la percentuale di spamming riconosciuto, che è molto elevata, sia per l’individuazione di quei messaggi classificati erroneamente come spamming.
Un buon sistema bayesiano riesce a riconoscere tra il 95% e il 97% delle mail spam, mentre i messaggi legittimi classificati come spamming sono meno dello 0.4%.
Percentuali rassicuranti, ma fatto sta che lo spam sembra essere una malformazione congenita al web: il capitolo non è ancora chiuso.
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