Lavoratore licenziato perché guardava siti porno. L’Authority accoglie il ricorso
Quando licenziare è contro la privacy
di Fabiola Poggi
15/02/2006
Dedicato a chi non ha un computer a casa e spesso sfrutta quello aziendale; a chi utilizza internet dal proprio posto di lavoro e ne approfitta per navigare, magari proprio in quei siti “proibiti”; a chi crede di non poter essere mai stanato dal proprio superiore.
Tana! Un lavoratore è stato recentemente
licenziato perché, durante le ore di lavoro, visitava siti porno. Ma l’individuo ha fatto ricorso all’
Authority, contestando la legittimità dell’operato del suo datore di lavoro.
La privacy, la libertà e la segretezza delle comunicazioni
–previste dallo
Statuto dei lavoratori- sono le variabili che entrano in questo gioco. Il datore di lavoro da un lato, che
accusa il soggetto di aver sottratto tempo e denaro alla sua impresa. Dall’altro il dipendente che, usando la sua password aziendale, ne approfittava per andare a dare un’occhiata qua e là in rete. Dai
siti pornografici a quelli religiosi e politici.
Un elenco dettagliato contenente in maniera analitica ed esaustiva tutti i file temporanei ed i cookies originati dal suo computer sono state allegate alla contestazione disciplinare. Il lavoratore non era autorizzato ad utilizzare il computer aziendale per motivi personali. Ma il monitoraggio effettuato dall’azienda è risultato illegale. Così facendo,afferma l’Authority, si sono infatti violate le garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori.
<<E’ illecito spiare la navigazione web dei dipendenti>> sancisce il Garante per la privacy.
Dalle pagine estrapolate dalla directory emergevano informazioni delicate e personali che il datore non poteva raccogliere senza aver prima informato il diretto interessato. Questi dati – quali ad esempio quelli relativi allo stato di salute ed alla vita sessuale- possono essere ottenuti senza consenso del dipendente solo nel caso in cui risulta necessario difendere in giudizio un diritto di personalità o un altro diritto fondamentale, e non quindi per far valere i diritti legati allo svolgimento del rapporto di lavoro.
Altri controlli sono però attuabili dalla società per verificare i comportamenti dei dipendenti e provare l’indebito utilizzo dei beni aziendali, senza per questo dover indagare sugli effettivi contenuti dei siti, cosa, questa, che violerebbe la privacy.