I MERCATI dell’eros si moltiplicano e il sex-entertainment è diventato il contenuto più trasversale ai media. A primeggiare nell’offerta sono i media digitali: pay-tv, siti web, UMTS, ma per i più tradizionalisti restano gli home-video, le riviste porno, i sexy shop. Gli unici a registrare un calo nel volume di affari sono i cinema a luci rosse. Insomma, il sesso vende sempre, e vende tanto… quanto? Nel 2004 il giro di affari è stato di 1.101 milioni di euro. Il dato ci viene dal IV Rapporto Eurispes sulla pornografia.
A presentarlo a Roma c’erano il Presidente Eurispes Gian Maria Fara, il presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, monsignor J. P. Foley, e la curatrice Roberta Tatafiore. Risultati molto interessanti, soprattutto sul versante della compenetrazione tra Information Technologies e industria pornografica. Se ci fermiamo alla Rete scopriamo che i siti porno made in Italy sono 237 mila e che si tratta di un panorama magmatico in cui il ricambio e la ristilizzazione avvengono a getto continuo. Ce n’è per tutti i gusti: dalle community di scambisti che organizzano adunate e incontri reali ai siti fatti in casa con immagini amatoriali, ai portali a pagamento cui si accede con connessioni speciali.
Un utente internet su 4 visita siti porno, anche se, dati alla mano, gli italiani sono i meno pruriginosi tra gli europei se riescono a soddisfare le loro curiosità con appena 36 minuti di connessione al mese. In questa classifica del vizio i primi sono i tedeschi con 59 minuti e 20 secondi al mese. Ma i veri personaggi sono i businessman che gestiscono tutto questo traffico di connessioni: bastano 2500 euro per essere imprenditori del sesso via web. E i guadagni sono esentasse perché sfruttando server remoti che si trovano in altre parti del pianeta, il fisco non può controllare i flussi economici.
C’è qualcosa di scandaloso in tutto questo? In un’epoca in cui anche le università pubblicano riviste porno, pare di no. Il binomio vi è nuovo? Manco a dirlo, il fenomeno è americano. All’Harvard e alla Boston University è sfida a colpi di studentesse disinibite: Katharina Cieplak-von Baldegg della Harvard University ha creato il magazine semestrale "H Bomb" in cui ritrae i suoi colleghi senza veli in pose soft porno - tra il conturbante e l’irriverente; Alecia Oleyourryk, della Boston, ha creato “Boink”, decisamente più hard.
Così, sia che vogliamo adottare un punto di vista moralista, sia che vogliamo registrare le dimensioni economiche del fenomeno, sia che vogliamo comprendere quelle sociologiche, il dato imprescindibile dal quale muoversi è questo: c’è un offerta che cresce, sfruttando ogni sbocco immaginabile, perché dall’altra parte c’è una domanda che proviene da un bisogno forte.
