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“Il Parkour è l'arte di sapersi spostare. Il principale obiettivo di questa disciplina è quello di raggiungere la padronanza del corpo e della mente per superare gli ostacoli che ci circondano...”. In queste semplice parole c’è tutta l’essenza del Parkour.
Per capire di cosa si tratta si può procedere per esclusione. Non si tratta di uno sport, e lo si capisce dalla mancanza di rigide regole e obiettivi. Non ci sono vincitori né sconfitti, solo i tracciatori con le barriere dell’architettura urbana. Non è un’arte marziale perché non c’è contatto fisico, e neppure l’intento di offendere. Allora forse è una moda? Giammai! Come ci dicono i protagonisti italiani del fenomeno, il parkour è ben lontano da fenomeni di costume, tendenze d’abbigliamento, generi musicali.
Allora, per definire qualcosa, non resta che usare il verbo che lo descrive. Spostarsi. Superare ostacoli come si fa nei sogni, quando si vola tra palazzi. Il padre riconosciuto di questa disciplina è il francese David Belle che verso la fine degli anni '80 iniziò a praticare in un ambiente urbano (precisamente a Lisse, un sobborgo di Parigi) le tecniche apprese giocando da bambino nei boschi della campagna francese.Ci ha detto Stefano, presidente dell’associazione “Parkour.it”: “Sapersi muovere con la fantasia. Nasce in Francia e si sviluppa in Italia da due anni a oggi. Siamo stati travolti dall’interesse. Ci sono ragazzi che vengono dalle discipline e gli interessi più diversi, che convergono nel Parkour. Esso è anche il camminare il maniera fluida, cercando la precisione”.
Il Parkour rifiuta logiche di stile, moda. Resta da vedere come i tracciatori sapranno reagire (e resistere) alle offerte degli sponsor, all’interesse commerciale. Continua Stefano “Noi abbiamo uno spirito di famiglia. Fra noi c’è un rapporto di comitiva, con una passione comune”.
Raggiungere la padronanza del corpo e della mente, vicini alla filosofia del “mens sana in corpore sano”. Eppure vedendo le evoluzione dei protagonisti, viene da chiedersi se c’è il rischio di farsi male. Ben, tracciatore milanese: “Bisogna farlo con la testa. Vedo ragazzini di 13 anni che saltano da 5 metri come i Pro. Come in tutte le cose, serve buon senso”.