“GIORNALISTI E EDITORI sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse”: questa è legge e vige in Italia dal 1963. Perché riesumare l’articolo 2 della n°69?
Perché lontano miglia, stanno succedendo strane vicende in casa “Democrazia”.
Lei si chiama Judith Miller, è una giornalista del New York Times e dal 6 luglio è in carcere. Accusa: non voler rivelare le sue personalissime fonti d’informazione.
Come in ogni strana storia che si rispetti i cori si dividono e ogni fazione grida la propria.
Da un lato si urla alla violazione. Non si può obbligare un giornalista a rendere pubbliche fonti fiduciarie. Il rischio sarebbe quello di perdere lo “speciale” rapporto che il giornalista sa instaurare e che, soprattutto oggi, permette di informare e rendere pubblico ciò che rimarrebbe altrimenti insabbiato.
In un attimo la Miller diventa l’icona del giornalismo, martire per la libertà di stampa.
Ci si chiede, poi, come sia possibile che 31 Stati applichino la “legge scudo”, quella che riconosce ai giornalisti il privilegio del segreto professionale negato, invece, a livello federale.
D’altro canto, c’è chi cerca di spiare dietro la vicenda.
Su cosa sta tacendo Judith Miller? Lei tace delle voci. Voci che le hanno rivelato il mestiere segreto di Valerie Plame, agente segreto della Cia e moglie di Joseph Wilson, ambasciatore statunitense.
Lui fu spedito in Niger dai servizi segreti Usa per verificare notizie passate dal Sismi: informazioni che avrebbero documentato l’intenzione di Saddam Hussein di acquistare 500 tonnellate d’uranio puro proprio dal Niger. Wilson va e torna con una smentita.
Potrebbe essere, allora, che le “vocine” che hanno sussurrato all’orecchio della Miller avevano come unico scopo punire un ambasciatore non allineato alle aspettative della Casa Bianca?
Se così fosse, la Miller sta proteggendo le sue fonti o uno strano intrigo politico?
Come ogni storia che si rispetti, probabilmente il finale non sarà scritto prima che il tutto venga dimenticato.

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