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Attualità

Dopo i pub e i centri commerciali ora anche i parroci devono fare i conti con la SIAE

Il diritto d'autore si paga anche in parrocchia

di Fabio Ambrosi
20/07/2005

Diritti Siae anche nelle parrocchieLA SIAE, dopo aver regolarizzato la posizione di supermercati, centri commerciali e locali aperti al pubblico, ha appena chiuso un accordo con la C.E.I. (la Conferenza Episcopale Italiana) per tutelare il diritto d’autore anche all’interno delle parrocchie e degli enti no-profit.

L’accordo siglato in questi giorni con la Chiesa Cattolica Italiana vuole essere di esempio verso tutte quelle realtà che usano il lavoro creativo altrui senza una giusta remunerazione: “in questa prima fase” spiega Gianlugi Chiodaroli, presidente dell’agenzia dei discografici “ci premeva ribadire il principio generale: e cioè che la legge prevede un pagamento dei diritti connessi ad artisti e produttori discografici, non solo alla Siae, anche nel caso di attività senza scopo di lucro come sono, appunto, quelle esercitate dalle organizzazioni religiose.

Il fatto che la più estesa organizzazione no profit sul territorio abbia accettato come norma generale una cifra forfettaria di 95 euro annui per utilizzatore fissa un termine di paragone, un primo gradino nella scala tariffaria, di cui si dovrà tenere conto nelle trattative in corso con altri utilizzatori che svolgono invece un’attività commerciale”.

Solo un primo passo dunque. L’obiettivo finale è quello di riscuotere i diritti anche dai parrucchieri, dalle fiere di paese e dalle palestre: ovunque insomma si faccia uso, per qualsiasi motivo e con qualsiasi modalità, di musica registrata e tutelata dal diritto d’autore. Per rendere le procedure burocratiche più snelle e versatili è in costruzione un portale web dedicato proprio a queste operazioni di routine (pagamenti, richieste di permessi ecc…).

Arriveremo nel prossimo futuro a dover pagare i diritti d’autore anche per poter semplicemente cantare una canzone? Inventeranno una sorta di tassametro che ci costringerà a versare un compenso ogni qual volta dalla nostra bocca uscirà la melodia di una canzone coperta da copyright? Per il momento possiamo stare tranquilli, ma l’evolversi della tecnologia lascia spazio a queste e ad altre domande: fino a che punto è giusto pagare per poter usufruire di una forma d’arte?

E soprattutto: è di un prodotto artistico che stiamo parlando o di un semplice prodotto commerciale che, come tale, è soggetto alle regole del mercato? Certamente se fosse esistita la SIAE nel ‘700, Mozart sarebbe stato ricchissimo. Si suona, canta, disegna, scrive… per vendere o per esprimere una propria sensibilità artistica? Forse più la prima ipotesi, ma è inevitabile in una società dove tutto ha un prezzo.
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