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Attualità

Tre bloggers cinesi tendono un tranello ai reporter più 'informativamente' avanzati. Che ci cascano.

Media occidentali, orgoglio o pregiudizio?

di Lucia Laudando
15/03/2006

cina censuraSEMBRAVA l’ennesimo atto di censura del governo cinese. Tre blog tra i più popolari chiusi da un momento all’altro, come più volte è successo in passato. E invece, dopo qualche giorno di suspence, viene fuori che è stato tutto un malinteso, una mezza truffa alla quale i giornalisti occidentali (e non solo) hanno abboccato.

Comincia tutto l’8 marzo, in coincidenza con l'annuale sessione legislativa cinese. Sulla home page di Massage Milk , Milk Pig e Pro State in Flames, appare un messaggio di questo tipo “a causa di imprescindibili ragioni non tecniche che tutti conoscono questo blog è momentaneamente sospeso”. Sono tre blog più o meno “scomodi”: commentano avvenimenti culturali e sociali, sono gestiti da reporter, e soprattutto godono di grande visibilità. Insomma, tutti gli elementi necessari per farne simboli di lotta contro il regime.

La notizia è succosa e infatti i media occidentali non si fanno attendere. Prima su tutti l’agenzia Reuters, che collega la chiusura dei blog alla contemporanea sessione legislativa del parlamento, ipotizzando un momento di maggiore controllo da parte del potere. Tutto questo viene poi ripreso dalla BBC, che pubblica un pezzo in cui racconta quello che pensa sia accaduto, l’ennesimo atto di censura del governo cinese.

Le ipotesi si rivelano infondate. Già dal giorno dopo cominciano a circolare voci di una possibile truffa messa in atto dai bloggers cinesi. Voci che vengono confermate ufficialmente qualche giorno dopo, quando sembra chiaro che l’oscuramento (volontario) messo in atto da Massage Milk, Milk Pig e Pro State in Flames aveva tutt’altro scopo.

Wang Xiaofeng, il gestore di Massage Milk, dice che l’ha fatto per fare il punto sulla “libertà di espressione”. Non in senso classico però: quello che intendeva dimostrare è l’irresponsabilità dell’informazione occidentale, pronta a gettarsi su una storia senza però verificarne le circostanze e la veridicità. “Non è stata fatta nemmeno una chiamata agli interessati per accertarsi dell’accaduto”, afferma. Insomma, un pesce d’aprile in anticipo con tanto di lato critico.

Un’idea originale che senza dubbio servirà da lezione. Eppure è buffo pensare che se i media occidentali sono cascati nel tranello, quelli cinesi ci sono finiti due volte. La prima unendosi ai loro colleghi contro una censura che non c’era stata; la seconda, in un pezzo (la versione inglese qui, post [031]) che prendeva un po’in giro il modo di fare occidentale, parlando però impropriamente di blogger “maschi”, quando in realtà a gestire Milk Pig è una donna di nome Yuan Lei. Evidentemente nemmeno loro hanno fatto telefonate.
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