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Attualità

Che paese è quello dove crescono gli analfabeti? A colloquio con Benedetto Vertecchi, docente di pedagogia a Roma Tre

Un'Italia senza grammatica

di Carmen Ruggeri
21/11/2005

SEI MILIONI DI ITALIANI non sanno né leggere né scrivere. Venti milioni possiedono solo la licenza elementare. Oltre trentacinque milioni sono “ana-alfabeti”, categoria che comprende gli “originari” e gli appena alfabetizzati. La fotografia scattata qualche giorno fa dall'Ulna (Unione nazionale lotta all'analfabetismo) è implacabile.



I picchi sugli istogrammi dello studio pubblicato dall'Università Castel Sant'Angelo (elaborando i dati dell'ultimo censimento Istat)schizzano drammaticamente alle stelle. Benedetto Vertecchi, professore ordinario di pedagogia sperimentale alla Facoltà di scienze della Formazione dell'Università Roma Tre, non ci vede chiaro: “Penso che questi dati vadano presi con le pinze. Credo poco a queste ricerche che si basano solo sulle certificazioni. Avere una laurea non significa necessariamente avere delle competenze linguistiche, come al contrario per avere delle competenze non è necessaria una laurea”.

Professore, altre ricerche sottolineano comunque che tra i laureati non è poi tutto rose e fiori... Per questo molti atenei hanno deciso di introdurre un corso di “lingua italiana” obbligatorio per tutte le Facoltà.

Questo dimostra che lavorare sulle certificazioni porta fuori strada...

E allora, come bisogna interpretare questi dati?

I dati dell'Università Castel Sant'Angelo vanno letti con le dovute precauzioni. Ad esempio, tenendo presente che la popolazione italiana si divide in due macro-fasce: una anziana (dai 50 in su) e una giovane (sotto i 50). La prima, per ovvie ragioni storiche non è riuscita a usufruire della riforma del 1962 che ha di fatto inaugurato la scolarizzazione di massa. Questo diventa un dettaglio non da poco, se consideriamo che la consistenza delle classi d'età è diminuita parecchio e le fasce sopra i 40 sono ben più numerose. Ecco svelato il “trucco”. Senza questa precisazione, si rischia di avere una percezione distorta della realtà, di creare un'unità fittizia. Quantitativamente l'Italia non sta poi così male.

Sotto il profilo qualitativo invece...

Beh, qualitativamente è un'altra cosa. Secondo altre osservazioni condotte su campionari con osservazione diretta (senza badare alle certificazioni, per intenderci), gli analfabeti originari sono di gran lunga inferiori: circa 2 milioni e mezzo. Poi ci sono grosse quote di alfabetizzati che, invece, sono sostanzialmente incapaci di capire un testo scritto, ma fanno parte di un'altra fascia... La scala internazionale di competenza alfabetica si compone di cinque step: 1) gli "illetterati”); 2) competenza riferita solo messaggi semplici; 3) competenza più consapevole; 4/5) competenze di alta qualità.
I dati, tenendo conto di questa classificazione, sono diversi: 1/3 della popolazione (quella più vecchia) si posiziona al primo gradino; 1/3 al secondo; poi al terzo tutta la restante, fatto salvo un 7-8 per cento che dimostra buone competenze linguistiche.

Come a dire, cambiando l'ordine degli addendi il risultato non cambia?

No, non cambia. L'emergenza resta. Fino a due o tre generazioni fa la popolazione, anche se non particolarmente alfabetizzata, trovava nelle pratiche quotidiane un rinforzo sociale. Per comunicare le persone non alzavano il telefono, scrivevano lettere.. L'utilizzazione di mezzi alternativi ha eliminato competenze più strutturate. Chi legge e scrive oggi, lo fa sicuramente per motivi diversi di chi lo faceva tempo addietro. Lo fa per curiosità personale, per divertimento, per professione. E la loro percentuale è veramente bassa.

Professore, le statistiche segnano un altro dato interessante. I picchi maggiori di analfabetismo si registrano al sud dove, paradossalmente, si registra anche un alto tasso di laureati (per lo più dottori con la valigia). Come si spiega?

Anche qui i numeri vanno interpretati in chiave storica. Il sud è stato alfabetizzato più tardi e ovviamente oggi questo influisce sui dati complessivi, anche se – a dire il vero – ho qualche dubbio sulla “competenza” effettiva di queste classi superiori.

Secondo alcuni dati governativi nel 2001 (per malizia i dati vanno accreditati alla legge 9/99- "Disposizioni urgenti per l'elevamento dell'obbligo di istruzione") il tasso dell'analfabetismo nel nostro paese è sceso dell'1,2 per cento. Nonostante le direttive europee e la Strategia di Lisbona del 2000 (che chiede tra l'altro di contenere l'abbandono precoce degli studi), l'Italia è decisamente su posizioni di retroguardia nelle statistiche internazionali. Che responsabilità ha il nostro sistema scolastico?

Il sistema scolasti italiano arranca, è vero. Soprattutto negli ultimi anni. Una recente rilevazione dell'Ocse (la Pisa, Programme of International Student Assessesment) evidenzia che la capacità linguistica dei quindicenni, badi bene, quelli “scolarizzati”, è bassissima.

“Più inglese, informatica e impresa per tutti”, insomma farebbero dimenticare l'abc della grammatica italiana?

Le tre “I” sono il simbolo di una cultura acciaccata. “Impresa...” qual è la cultura dell'impresa? Quella di ieri, oggi, domani? “Internet” senza dubbio è importante, ma le nuove tecnologie si evolvono a ritmi così vertiginosi che quanto insegnato l'anno precedente rischia di essere preistoria. E l'inglese... che dire “più inglese per tutti” a scuola potrebbe, per come viene insegnato, offrire un buon curriculum per i portieri d'albergo... A guardala così, la scuola italiana sembra non saper più suscitare l'impegno delle funzioni mentali.

Nel dopo guerra, questo ruolo “pedagogico” venne attribuito alla tv. E oggi?

La televisione ha creato, nei suoi primissimi anni, una base linguistica comune. Poi, però, è arrivata l'era della tv commerciale e tutto è cambiato. Oggi il chiodo fisso dell'audience modifica l'apparato comunicativo e il punto di vista linguistico si abbassa notevolmente. La tv, come del resto le nuove tecnologie della comunicazione, hanno una straordinaria capacità pervasiva che rimescola le carte in tavola. I film per bambini, solo per fare un esempio, sono privi di elementi verbali: non suscitano alcun processo cognitivo, al massimo qualche reazione incondizionata.

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