Mario Enrique Mayo Hernàndez, giornalista incarcerato dal 2003, minaccia di lasciarsi morire di fame
Cuba fa tacere e c'è chi parla col digiuno
NON è altro che uno tra ventuno, ma dal 19 luglio ha deciso di fare i capricci. Dice di volersi lasciare morire di fame e si ostina a non mangiare da giovedì 14.
È uno di quei ventuno che si sono rifiutati di tacere e che dal 2003 hanno appena iniziato a scontare la loro pena.
È
Mario Enrique Mayo Hernàndez, il giornalista che tra gli altri ventuno non riesce ad arrendersi e, dopo un novembre 2004 di digiuno per protestare contro le condizioni di vita e le umiliazioni del carcere, ora ci riprova. Riesce a rispolverare la vicenda.
Cuba. 18 marzo 2003. la polizia di
Fidel Castro arresta ventisette giornalisti. Ad aprile, processi svolti anche in tre giorni, assegnano condanne dai 14 ai 27 anni. Accusa:
collaborazione con gli Stati Uniti contro l’indipendenza e l’integrità territoriale dello Stato, pena prevista dall’articolo 91 del codice penale.
Mario Enrique Mayo Hernàndez era direttore della piccola agenzia Félix Varela de Camagüey. Probabilmente, tre anni fa, non avrebbe mai pensato di dire: “Si la muerte es el precio que tengo que pagar, estoy dispuesto a pagarlo, pero quiero que el mundo sepa que hoy sólo podría pararme la libertad".
Reporter senza frontiere ci prova con una petizione a Fidel Castro, in favore della liberazione dei giornalisti. Ci prova, almeno, nella Cuba delle grandi contraddizioni:
«Questo governo ha paura del rock. Alcuni dicono che il rock fa paura perché è una deviazione culturale, imperialismo culturale americano. Ma questa è un’autentica cazzata. Il nostro balletto è francese, la nostre lirica è italiana, i funzionari del governo amano indossare jeans e scarpe da tennis, e sono quelli che riempiono la televisione di film americani.» (Marc Cooper, “Sulle tracce di Che Guevara”, Feltrinelli 2002).