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MediaZone è un progetto della Facoltà di Scienze della Comunicazione e del Dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell'Università di Roma "la Sapienza"
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Attualità

Il giornalista Vittorio Zambardino "parla male" dei comunicatori.Tra luoghi comuni e verità, l'eterna polemica

Comunicazione, Scienza della Perdizione?

di Lucia Laudando
14/07/2006

Ce lo ricordiamo tutti, il primo giorno di università. Tutte le tremila matricole che, un lustro fa, scelsero di intraprendere la facoltà di Scienze della Comunicazione. Facoltà nuova,“di moda”,  si sentiva ripetere, abbastanza  da attirare l’attenzione e sufficientemente vaga per adattarsi alle nostre altrettanto vaghe aspirazioni postadolescenziali. Un posto dove studi i fumetti e la televisone, e se capita anche un po’ di economia e sociologia.

Erano i primi giorni, e le aule – o meglio, i cinema – erano sempre pieni, a volte così tanto da non riuscire a trovar posto. Così per tutto il semestre, tra spinte e gomitate per trovare una poltrona, i primi libri comprati, la scelta degli esami da dare subito, quelli con cui inaugurare la carriera accademica. E poi una o due puntate in segreteria, con una fila lunga lunga tra te e l’addetto che doveva risolverti il dubbio/problema/assillo burocratico.

Passi al secondo anno, poi al terzo. Andando avanti ti accorgi che a lezione c’è sempre meno da sgomitare e molto più dove sedere. Agli esami non siete più in 400, né in 200, ma 45. Conosci ormai a memoria il piano di studi e riesci a dare anche otto esami a sessione. E quando vai in segreteria, sempre con la fila, ti accorgi sempre più spesso di conoscere almeno quattro o cinque persone che aspettano con te, così l’attesa si fa meno dura. E i cinema li vedi solo di sera, quando vai a vedere un film. Adesso studi in sede, in aule piccole ma vere, e ti capita anche di stare in facoltà quando non hai lezione, perché hai scoperto che stare in cortile e guardare le persone e leggere un libro è altrettanto formativo che seguire le slide di un professore.

Poi, ad un certo punto, ti capita di pensare a come eri cinque anni fa, quando hai cominciato. E se qualcuno in quel momento potesse osservarti, vedrebbe l’espressione dolcemente meravigliata e un po’ malinconica che hai in faccia. Ti accorgi che l’approccio totale e “vago” che la facoltà ti ha inculcato,  ha cambiato il tuo modo di pensare, di approcciarti alle cose e di vedere il mondo. In un certo senso, filosoficamente parlando, è un po’ come conquistare il Dasein.

Realizzi di essere contento e giustamente anche un po’ soddisfatto. A dispetto delle difficoltà – e forse anche un po’ grazie a queste – ti senti più grande, più maturo. Perciò poco ti importa dei luoghi comuni che continui ogni tanto a sentire: “Scienze della Comunicazione? Studiate la De Filippi, no?” , “Ah, scienze della comunicazione, vuoi fare il giornalista”, “Ma è vero che non avete i libri?”, e così via. Un po’ ti divertono, anche.

Un giorno, poi, ti capita di leggere l’opinione di un famoso giornalista ed esperto di media. Il famoso giornalista dice di conoscere molti ex studenti di SdC. Il famoso giornalista ne ha tratto l’impressione che poco importa se studi scienze della comunicazione o se rimani a casa: in entrambi i casi capirai comunque poco dei mass media e mai sarai in grado di svolgere una professione nel campo. Meglio dunque darsi ad “una facoltà seria, una di scienze "dure", una che vi faccia "fare il mazzo" sui libri”, o comunque “una dove almeno vi insegnino l'inglese, la statistica e un po' di economia. E un po' di metodo”.

E pensi che no, in effetti non sei uno statistico, né un economista. È vero che hai passato un paio di estati a studiare formule e grafici, ma è anche vero che questo non fa di te un esperto. No. Il punto, però, e qui non hai dubbi, non è questo. Se non sarò mai un agente di borsa e non lavorerò mai all’ISTAT, non vuol dire che quello che ho studiato non mi è servito. Perché se guardi tutto nella logica del testo, allora è vero, due esami non valgono molto. Ma se rivolgi uno sguardo anche al contesto in cui i tuoi due piccoli esami si incastrano, allora tutto diventa più chiaro. Economia, statistica, antropologia, semiotica; e ancora, giornalismo, marketing, sociologia, storia, grafica.

“La cassetta degli attrezzi”, l’hanno sempre chiamata. In sostanza ciò che permette – e permetterà a chi ne sa fare buon uso – di capire non solo quello che il famoso giornalista intende come “sistema dei media”, ma anche delle dinamiche comunicative più generali. Quelle di una semplice conversazione o di uno scontro di civiltà. Quelle di un mondo intero che oggi è soprattutto comunicazione. Quello, in breve, della società tutta.

Ma in fondo pensi che continuerai ad essere contento anche dopo di questo. Perché un po’ si riaggiustano le posizioni, un po’ trovi altri famosi giornalisti che sono dalla tua. E questo è un sollievo, una soddisfazione piccola piccola, ma che dà fiducia.

E soprattutto ti viene in mente il primo album dei Velvet Underground. Quello con la banana disegnata da Andy Warhol in copertina. Quell’album che quando uscì venne quasi completamente ignorato, ma che spinse tutti quelli (pochi) che lo avevano comprato a fondare una band e a fare musica, e che poi diventò una pietra miliare. Ma se gli iscritti a scienze della comunicazione sono migliaia, cosa succederebbe se ognuno di loro facesse esplodere nella realtà il suo sapere?
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