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Attualità

Intervista a Guido Iuculano, coautore della sceneggiatura vincitrice

“Quando gli elefanti combattono” vince il Premio Solinas 2008

di Riccardo Esposito
14/11/2008

Per ogni aspirante sceneggiatore che si rispetti, il Premio Franco Solinas rappresenta un vero e proprio punto di partenza per la propria carriera artistica. Alcuni dei film più conosciuti e famosi (I Cento passi, 2000, di Marco Tullio Giordana; L'uomo in più, 2001, di Paolo Sorrentino; Mio cognato, 2003, di Alessandro Piva; La seconda volta, 1995, di Mimmo Calopresti; Marrakech Express, 1989, regia di Gabriele Salvadores, solo per citarne alcuni) sono nati da sceneggiature a cui era già stato riconosciuto questo titolo dedicato agli esordienti nel campo della scrittura cinematografica e che porta il nome di Franco Solinas, uno degli sceneggiatori più importanti del nostro dopoguerra.

Nella sua carriera, Solinas ha messo la firma ad opere come La battaglia d’Algeri, Queimada, L’Amerikano, Mr. Klein ed è stato capace di spaziare tra i generi più disparati, fino alla sua opera postuma e forse più complessa, la narrazione del dramma israelo-palestinese attraverso il genere della commedia sofisticata. Grazie ai suoi storici amici e ai suoi parenti la monumentale opera di Solinas continua a vivere nelle opere dei concorrenti che partecipano a questo premio che ogni anno viene indetto alla sua memoria. E soprattutto in quello dei più meritevoli, dei vincitori, nei lavori di coloro che hanno saputo cogliere al meglio l'insegnamento di un cinema sì di qualità, ma attento alle trasformazioni della società.

Anche quest'anno, come avviene ormai da ventidue anni, presso il cinema Nuovo Aquila di Roma sono stati decretati i nuovi vincitori del Premio Franco Solinas, un onore toccato a Domenico Distilo, Guido Iuculano e Filippo Gravino con la sceneggiatura "Quando gli elefanti combattono". Un'opera urgente, attuale, che affronta la tragica e purtroppo dimenticata guerra del Sudan e il relativo l’universo dei rifugiati politici in Italia e a Londra. Abbiamo incontrato uno degli autori della sceneggiatura vincitrice, Guido Iuculano, per fargli alcune domande relative alla prospettiva attraverso la quale percepisce il suo essere sceneggiatore, vincitore del premio Solinas e, ovviamente, amante del cinema.

Allora, iniziamo dagli albori. Parlami del ruolo che ha avuto il cinema nella tua vita.

Fino a ventidue anni sono stato uno spettatore distratto. Spesso i miei colleghi fanno dei bei racconti sul primo film che hanno visto, sul primo pomeriggio al cinema, io invece non mi ricordo niente: so solo che all'inizio volevo insegnare filosofia. Poi mi sono accorto che non ero portato per la carriera accademica, mi annoiavo. è stato un problema, perché non sapevo fare niente. Poi per caso ho provato ad entrare al Centro Sperimentale: mi rendo conto che la cosa manca di epica, ma più o meno è andata così. In tutti i modi, credo che uno scrittore di cinema in fondo sia comunque soprattutto uno scrittore: racconta storie e cerca di farlo nel modo più onesto.

Quando hai iniziato a scrivere sceneggiature?

A ventidue anni, al Centro Sperimentale, ma diciamo che quelli erano più che altro degli esercizi, delle prove: servivano per imparare.


Per te è un lavoro come un altro?

No, è come se mi pagassero per andare a pesca, o a giocare al bowling. Fondamentalmente, cercare una storia è una cosa che mi diverte moltissimo. Altrimenti non lo farei.

Hai vinto il premio Solinas. Cosa significa per te?

Vincere il premio Solinas è bello e importante quando ancora non hai iniziato a lavorare. In quel caso è una conferma, una voce che viene dall'alto, come se qualcuno ti dicesse: "sei bravo, ce la puoi fare, resisti". Io ci ho provato quando mi ero appena iscritto al Centro Sperimentale, ma non ho mica vinto. A 31 anni, il punto di vista sul premio è molto diverso: quello che davvero conta, per me adesso, è che si riesca a fare questo film. È una storia a cui tengo molto, per quello di cui parla e soprattutto per il modo in cui ne parla, e spero che il Premio le dia una possibilità in più.

Il titolo che avete dato al vostro lavoro "Quando gli elefanti combattono" è molto particolare. Cosa significa?

È la prima parte di un proverbio africano che dice: "when elephants fight grass gets trampled", ovvero quando gli elefanti combattono l'erba viene calpestata. Le persone sono i fili d'erba, gli elefanti sono la Storia. Il film è nato dal desiderio di raccontare l'intreccio tra la Storia Universale, quella che finisce nei libri, e le storie dei singoli, che troppo spesso vengono dimenticate.

Come vi è venuta l'idea? Da cosa è nato questo progetto?

Donmenico Distilo, che sarà il regista del film, aveva finito da poco il suo primo documentario, Inatteso. Parlava di rifugiati politici, delle difficoltà di chi richiede asilo politico in Italia. Aveva conosciuto dei rifugiati sudanesi, e aveva visto in che modo la Storia ha spezzato in due le loro vite. A distanza di pochi mesi, ci si trova in situazioni imprevedibili: un uomo abituato a comandare e a portare i gradi militari sulle spalline si ritrova a raccogliere pomodori per dieci euro al giorno.

Prossimi sviluppi?

Allora, per adesso abbiamo firmato un'opzione con la Intelfilm di Mario Mazzarotto. Abbiamo ottenuto un finanziamento dal programma Media, per la promozione del cinema europeo, e stiamo aspettando di sapere se avremo anche il finanziamento dei Ministero dei Beni Culturali. Non credo che debba essere necessariamente un film costosissimo, e sono convinto che possa interessare il mercato internazionale: non è una storia minimalista di disagio sociale, ma un film d'avventura di guerra e d'amore.

Il vostro gruppo di lavoro siete tutti molto giovani. Un buon segno per il cinema italiano?

Io ho 31 anni, Filippo Gravino ne ha 33, e probabilmente in un'altra nazione o in un altro tempo nessuno verrebbe a dirci che siamo giovani: capisco che gli standard italiani sono questi, si esordisce spesso a quarant'anni, ma di fronte all'aggettivo "giovane" cerco di essere diffidente da quando mi sono accorto che alcuni produttori lo usano ogni volta che possono. Non voglio pensare male, ma mi viene il sospetto che un "giovane autore" sia soprattutto un autore che costa poco. Per questo sorrido con un po' d'amarezza quando sento che registi di quarant'anni vengono etichettati come giovani autori.

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