BASTA con Doom I II III, Half Life, Street Fighter, Kingpin, Metal Slug e via dicendo. La computer graphic può fare ben altro e i responsabili del World Food Program dell’Onu, con base a Roma, se ne sono accorti.
Il frutto del loro lavoro è Food Force, un programma che scardina lo stereotipo del videogioco che più "fa sangue", più attira i ragazzi. Sheylan, immaginaria isola dell’Oceano Indiano, deve essere sostenuta con un progetto di aiuti umanitari, pena la scomparsa della sua popolazione. Protagonista del gioco, sulla falsariga di Tomb Raider, ma con uno spirito umanitario che probabilmente a Lara Croft mancava, è Rachel, esperta in aiuti umanitari che guida l’utente nelle varie missioni. Ognuna di esse si conclude confrontando il modo in cui ha operato il giocatore con quello in cui avrebbe operato l’Onu.
Finora circa un milione di utenti ha scaricato il programma in tutto il mondo. "Siamo partiti pensando di avere tra le mani un gioco educativo – sostiene Justin Roche, uno dei produttori - ci ritroviamo costretti a chiedere aiuto a Yahoo! per agevolare coloro che vogliono scaricarsi il programma. Che sono davvero tanti. Competere con i migliori videogiochi di guerra, non era assolutamente nei nostri obiettivi". Finora i paesi raggiunti sono Usa, Cina, Finlandia, Giappone, Germania e Francia, ma quotidianamente arrivano richieste di traduzione dall’inglese provenienti da tutto il mondo. Manca ancora una versione italiana.
E’ acceso il dibattito tra gli entusiasti da un lato, gli scettici e tutti coloro che ironizzano sul prodotto dall’altro. "E’ un’idea eccellente - sostiene Jayantha Jayman, esperto di questioni di peacekeeping all’università di Toronto – anche se spero che sia solo l’inizio". Il progetto vorrebbe spingere a far collaborare realmente a missioni umanitarie chi oggi si limita a giocarle. "Il giocatore può ottenere più punti se si fa corrompere, oppure violenta una delle bellezze locali?" è invece uno dei caustici quesiti di sedicenti impiegati del Wfp.

Il testo del discorso di Jayantha Jayman