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Attualità

La sofferenza in diretta di papa Wojtila: mentre i media si lanciano sull'osso, la gente spera in silenzio

C'è una croce in mezzo alle parabole

di Simone Esposito
03/02/2005

LA COLLINA DELLE PARABOLE, l’hanno battezzata così. Il nome lascia pensare a un monte di Terra Santa, a qualche luogo impregnato di storia e di Bibbia dalle parti di Gerusalemme. Invece no, è a Roma, in fondo alla Pineta Sacchetti, tra l’Aurelia e la Trionfale. Ma non ci sarebbe nemmeno troppo da stupirsi, conoscendo il posto esatto: si trova nel Policlinico “Gemelli”, cuore romano dell’Università Cattolica, dove si tiene saldo il legame tra fede e cultura e quindi nulla di strano se qualcuno dà una nota evangelica alla toponomastica interna.

La sorpresa ti investe quando ti rendi conto del perché di questo nome. La Collina delle Parabole si chiama così perché su quel rialzo di terreno del “Gemelli” c’è una selva di parabole satellitari, di antenne, di trasmettitori, tutto il necessario per garantire le dirette e i servizi dei network di tutto il pianeta accorsi con urgenza all’ospedale romano per seguire no stop l’improvviso ricovero del Papa.

I cronisti sono accorsi a centinaia all’ingresso del policlinico già pochi minuti dopo l’arrivo di Giovanni Paolo II, la sera di martedì 1 febbraio. Strada invasa, circolazione quasi ostruita. I corrispondenti romani di tutte le testate richiamati in servizio alle undici di sera per quella che sembrava una pericolosa crisi respiratoria, un banale raffreddore che però può essere fatale a un anziano 85enne dalla salute fragile.

Sono due giorni che, pur rientrato l’allarme, gli occhi del mondo sono puntati sul papa steso a letto nel “Vaticano 3”, così battezzato dal pontefice a causa della frequenza con la quale è stato costretto a risiedervi (dopo il “Vaticano 1”, il palazzo apostolico a San Pietro, e il “2”, la residenza estiva di Castel Gandolfo).

Dell’attenzione dei media alle sorti di Giovanni Paolo II, della trasparenza con cui da sempre in Vaticano si gestiscono le informazioni sulla sua salute, ma più in generale sulla strategia comunicativa che ha caratterizzato in modo organico il pontificato di Wojtila, sotto la sapiente regia del portavoce Navarro Valls, si è detto e scritto molto, da sempre. C’è chi legge la scelta di una malattia spettacolarizzata, esibita, senza risparmio dei segni più umilianti, come l’immobilità del volto e la difficoltà di articolazione della parola, specie per quello che un tempo era “l’atleta di Dio”. C’è chi crede in un papa sofferente, icona delle sofferenze degli uomini, monito di carne a quanti dimenticano le ferite del mondo. Non sono differenze da poco, ma non è mestiere degli scienziati della comunicazione pontificare (ops!) sull’una e sull’altra teoria.

Forse vale la pena andare oltre le scontate considerazioni che il papa è uno da prima pagina, che da sempre richiama le folle delle rockstar e che quindi nessuno, nell’industria dell’informazione, vuol correre il rischio di bucare la sua morte ormai prossima (ormai prossima dal 1999!), tanto è vero che la CNN ha affittato già da qualche anno un appartamento in fondo a via della Conciliazione, con vista panoramica sia sulla finestra del futuro moribondo che sul balcone dell'eligendo.

L’unica cosa che forse vale la pena notare è che l’attenzione dell’opinione pubblica al ricovero di Wojtila, anche oltre i confini dei paesi tradizionalmente cattolici, è diversa da quella che ha accompagnato le ore tragiche di altri personaggi (uno per tutti: Lady D). Non c’è nella gente quella fame morbosa di indiscrezioni e di curiosità che calpesta la dignità di chi è sotto i riflettori. Attenti: molti teatranti del circo mediatico questo non l’hanno capito (vedi l'inevitabile “Porta a Porta” di ieri sera, dove, tra un evocazione dei segreti di Fatima e l’altra, mancava solo il plastico dell’ormai arcinoto “decimo piano” per rinverdire i fasti di Cogne). Non l’hanno capito e stanno lì a spolpare l’osso nonostante la poca ciccia intorno, a volte con una superficialità che non fa onore a dei professionisti, come quella di un servizio del TG2 che raccontava che a Sidney “oggi si è recitata nelle messe una preghiera per il papa”, dimenticando che si prega per il papa in tutte le messe cattoliche di ogni rito tutti i giorni dalla riforma liturgica del Cinquecento.

Invece la gente sta sulla soglia di quel decimo piano con l’attesa, sofferta e carica di speranza, di chi guarda alle sorti di una delle ultime voci di chi non ha voce, di un uomo che, al di là dei credi e delle confessioni, è forse il solo punto di riferimento condiviso da chiunque abbia a cuore il futuro della pace, il destino degli ultimi, la dignità umana. Su quella soglia, mentre le tv urlano, la gente stavolta sta in silenzio, e spera.

Di quella croce piantata in mezzo alle parabole. Forse varrebbe la pena raccontare di questo, a “Porta a Porta”.
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