L’abitudine giornalistica di mettere tutto sullo stesso piano, poi, ha finito per eliminare la distinzione tra exit-poll e sondaggi, con il risultato di introdurre distorsioni nell’interpretazione e nella spiegazione dei risultati. Infatti, sottolinea Giorgio Marbach, docente di statistica alla “Sapienza”, come i risultati degli exit-poll in fondo non fossero così sbagliati come si è voluto far apparire. Il perché è presto detto. Gli intervalli presentati, 50-54% per l’Unione, 45-49% per la
Cdl, sono stati letti come i risultati dei sondaggi, cioè come “intervalli di confidenza attorno ad un valore centrale”. In altre parole: l’Unione più o meno al 52%, la Cdl più o meno al 47%. Qui sta l’errore, perché, sostiene sempre Marbach, questa elaborazione presuppone alla base un campione statistico, che l’exit poll non ha. Per cui, semplicemente, una differenza 54-45% ha la stessa probabilità di verificarsi di una 50-49%, che poi non è così lontana dalla realtà.
La comunicazione deve svolgere in maniera adeguata il suo lavoro, anche se i tempi sono ristretti. Sarebbe bastato, ad esempio, riproporre la formula americana del
too close to call per evitare la figuraccia del “non siamo capaci di fare previsioni” sull’esito del voto nel Lazio e in Campania, che ha gettato una nube scura sugli analisti e su tutta la statistica. Tanto che Vittorino Andreoli, sul numero di
Io Donna del 22 aprile ha parlato della statistica come di una “finta scienza”. Un’esagerazione, certo, che però spiega bene la posizione di tutta l’opinione pubblica. Gli errori, però, ci sono stati e parecchi, e non tutti sono a carico dei giornalisti.