UNA VOLTA, all’interno dei maggiori quotidiani italiani, si trovava la cosiddetta “terza pagina”: un contenitore chiaramente distinguibile dal resto del giornale perchè dedicato ad argomenti di cultura, quindi a contenuti scarsamente attinenti con l'attualità; uno spazio riservato a scrittori e intellettuali che utilizzavano un linguaggio di stampo letterario, elegante e ricercato rivolgendosi a un pubblico d’elite, circoscritto e competente.
Il Giornale d’Italia, all’interno del quale la terza pagina compare per la prima volta l’11 dicembre del 1901, apre la scia: i maggiori quotidiani scelgono di collocare stabilmente i contenuti di cultura all’interno di una pagina specifica, appunto “la terza pagina”, dando vita a una tradizione prettamente italiana che rimarrà in vita alcuni decenni.
Parlando di terza pagina ci riferiamo quindi sia alla collocazione “fisica” dell’informazione culturale, sia ai contenuti della pagina stessa. In realtà, l’attribuzione dell’invenzione della terza pagina è piuttosto problematica: anche se Bergamini ne è tradizionalmente considerato l’ideatore, già a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento diversi quotidiani dedicano, in maniera più o meno stabile, delle pagine alla cultura. Attraverso quelle pagine gli intellettuali iniziano ad inserirsi gradualmente all’interno delle redazioni favorendo poi, nel corso del Novecento, l’incontro tra giornalismo e letteratura.
La trovata di Bergamini non ha quindi il carattere di una formula giornalistica nata all’improvviso, ma tutta una serie di eventi precedenti ne favorisce la realizzazione e il successivo sviluppo: in ogni caso, resta suo il merito di aver conferito sistematicità alla terza pagina, rendendola luogo di raccolta di contenuti letterari e culturali e una consuetudine propria del giornalismo italiano.
La prima “terza pagina” nasce in maniera piuttosto casuale. A meno di un mese dall’avvio delle pubblicazioni del Giornale d’Italia, Bergamini, desideroso di introdurre nel suo quotidiano qualche elemento di novità che facesse colpo sul pubblico, pensa di dedicare un’intera pagina ad un avvenimento particolarmente atteso: la prima assoluta dell’opera teatrale “Francesca da Rimini” di Gabriele D’Annunzio, interpretata la sera del 10 dicembre 1901 al teatro Costanzi di Roma. Bergamini decide di parlare dell’evento in maniera originale rispetto alle tradizionali cronache teatrali e mobilita ben quattro redattori per scrivere un'elaborata relazione che occupa l’intera terza pagina, con il titolo disteso su tutte sei le colonne.
La terza pagina non nasce in maniera consapevole, ma la sua istituzione viene storicizzata solo dopo che diventa consuetudine redazionale presso i maggiori quotidiani. Nonostante le differenze riscontrabili da quotidiano a quotidiano, ogni terza pagina presenta più o meno una struttura standard: le prime due colonne sono occupate dall’elzeviro, le colonne centrali dal taglio, le ultime due colonne dalla varietà.
Il termine elzeviro originariamente indica il carattere tipografico con il quale viene composto l’articolo che occupa le prime due colonne per distinguerlo dagli altri, da qui la denominazione dello stesso articolo: si tratta di un pezzo di pura letteratura, un brano di divagazione o di fantasia oppure un saggio di critica letteraria, sempre sganciato dall’attualità e sempre caratterizzato da un linguaggio elegante e ricercato.
Il taglio ospita solitamente un racconto di viaggio o una corrispondenza dall’estero, ma a volte non è rigorosamente distinguibile dall’elzeviro e ne rappresenta coerentemente il continuo. Nelle ultime due colonne confluiscono tutti quei contenuti propri della “pagina di varietà”, adottata dalle maggiori testate prima dell’avvento della terza pagina: vi si trovano argomenti eterogenei, per esempio articoli storici, scientifici, di polemica, di cronaca e di costume, commenti su avvenimenti di altre città e curiosità varie.
La commistione tra giornalismo e letteratura che si realizza all’interno della terza pagina è una caratteristica prettamente italiana, che colloca il giornalismo italiano al di fuori dei due grandi modelli europei: il "giornalismo-informazione" (strettamente informativo, rigorosamente ancorato ai dati di cronaca e ispirato ai principi di obiettività, oggettività, chiarezza e concisione) e il "giornalismo popolare" (che presenta le notizie con un tono sensazionalistico e mira ad attirare l’attenzione soprattutto con la rivelazione di scandali e retroscena).
Diversi sono i fattori che in Italia contribuiscono alla nascita della terza pagina: oltre alla naturale predisposizione dei giornalisti per una scrittura dall’impostazione letteraria, bisogna considerare la debolezza del ceto intellettuale, l’arretratezza del sistema editoriale, la scarsa diffusione di riviste culturali specializzate e la scarsa predisposizione degli italiani ad acquistare e leggere libri… tutti fattori che inducono gli intellettuali a considerare la collaborazione con i quotidiani il mezzo migliore per guadagnarsi da vivere e farsi conoscere dal pubblico.
Molti sono i meriti riconosciuti alla terza pagina e allo stesso tempo parecchie le critiche che ad essa sono state rivolte. Tra i meriti vi è soprattutto quello di aver accorciato la distanza tra il popolo e il mondo della cultura, contribuendo sia all’elevazione culturale dei lettori che alla diffusione della lingua italiana, e il merito di dare agli scrittori la possibilità di lavorare, scrivendo per i giornali, senza essere declassati al ruolo di giornalisti, ma rimanendo intellettuali. Chi critica la terza pagina ne sottolinea invece il carattere di pagina estranea al resto del giornale, lontana dalla realtà, priva di impegno politico e morale e quindi indifferente nei confronti delle vicende di attualità, luogo di subordinazione del giornalismo alla letteratura, caratterizzato da articoli rivolti a un pubblico ristretto.
Ripercorrendo lo sviluppo della terza pagina di pari passo con l’evolversi delle vicende storiche, il ruolo degli intellettuali all’interno delle redazioni cambia, oscillando, nei diversi periodi, tra l’impegno civile e la pura evasione, tra la subordinazione alla politica e la rivendicazione dell’autonomia delle attività intellettuali.
Agli esordi della terza pagina, le testate cercano di accaparrarsi le firme più prestigiose per “sfruttare” l’influenza che scrittori e intellettuali, in virtù della loro fama, esercitano nei confronti dell’opinione pubblica: essi svolgono quindi un ruolo attivo in ambito sociale e politico, coerentemente all’ideologia del giornale col quale collaborano. Dopo la Grande Guerra, gli intellettuali decidono invece di sganciare la loro attività dal contesto in cui operano e iniziano a dedicarsi alla cultura in maniera autonoma, disinteressata e fine a sé stessa.
Questa tendenza all’evasione si accentua durante il regime fascista. Allo scopo di dare un immagine positiva del regime e del Paese, la cronaca nera viene limitata fino a scomparire e viene dato ampio spazio soprattutto alle notizie di tipo non politico. Per compensare la piattezza e l’omogeneità dell’informazione politica e della cronaca, vengono create rubriche di svago e di intrattenimento e si cerca di valorizzare al massimo la terza pagina: soprattutto l’elzeviro, per il suo carattere di disimpegno ed evasione gode, negli anni Venti e Trenta, di particolare fortuna tanto da acquisire lo status di vero e proprio genere letterario. Inoltre la terza pagina, perché non direttamente connessa all’informazione politica, riesce, durante gli anni del regime, a non farsi del tutto travolgere dal nuovo clima, mantenendo, rispetto alle altre pagine del giornale, una certa autonomia e libertà d’espressione.
Con l’avvento della seconda guerra mondiale, la terza pagina entra in crisi. Dopo la fine della guerra ha ormai perso il suo prestigio e suscita malcontento: a partire dagli anni Cinquanta si cerca di rinnovare il linguaggio giornalistico, abbandonando una scrittura di stampo letterario a favore di una maggiormente ancorata ai dati di cronaca, la produzione narrativa inizia a dare maggiore spazio alle tematiche sociali e lo scrittore utilizza il giornale come strumento di battaglia. Si cerca anche di rinnovare la terza pagina, ma, almeno inizialmente, con scarso successo.
I cambiamenti inizieranno ad avvertirsi solo gradualmente e andranno di pari passo con i cambiamenti che, più in generale, investiranno la società italiana. Le vicende politiche, i cambiamenti sociali e di costume, l’incalzare della cronaca, fanno si che le notizie prendano sempre più spazio all’interno dei giornali a scapito dei contenuti di pura divagazione letteraria, i quali diventano un po’ una stonatura agli occhi di lettori che adesso, più che intrattenuti, vogliono essere informati, chiedono commenti e spiegazioni.
Si estingue, allo stesso tempo, gradualmente quella generazione di giornalisti che si era dedicata all’elzeviro e aveva sviluppato un modo di scrivere letterario nella forma e nei contenuti, e si affermano nuove generazioni di giornalisti che vogliono occuparsi solo di ciò che riguarda la società e l’attualità.
A partire dagli anni Cinquanta alcuni nuovi quotidiani nascono senza la terza pagina e altri decidono gradualmente di abolirla: lentamente, ma inesorabilmente, le testate cominciano a diversificare le loro scelte in ambito culturale.
Lo sviluppo tecnologico, legato inizialmente soprattutto alla diffusione della tv, sembra accelerare questa tendenza al cambiamento, inducendo i giornali a rinnovarsi per venire incontro ad un pubblico nuovo, diverso da quello di un tempo.
>> Ma non chiamatela tutta cultura