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Dossier

I sondaggi elettorali non hanno sbagliato: sono stati spiegati male. Questa la tesi degli statistici

Errore o non errore?


Un sondaggio non prevede il futuro, fotografa la realtà
di Alessandro Mastroluca
24/05/2006


renato mannheimer
LE ULTIME ELEZIONI politiche saranno ricordate soprattutto per il fallimento dei sondaggi degli exit-poll e dei sondaggi. Ma è stato davvero così? Per difendere il metodo statistico, giornalisti, sondaggisti e docenti universitari si sono riuniti all’Università “La Sapienza” di Roma per spiegare, ad un mese di distanza, come sono andate le cose dal punto di vista degli analisti.
Un dato è eloquente: prima delle elezioni politiche, quasi tutti i sondaggi davano l’Unione vincente con un margine del 5%. Gli unici 3 che proponevano esiti opposti erano quelli commissionati dall’ex premier Berlusconi. Alla fine il risultato è stato, come tutti sappiamo, diverso. La domanda allora sorge spontanea: i sondaggi erano sbagliati? La risposta degli statistici è no. Perché, come sottolinea Renato Mannheimer, il noto presidente dell’Ipso, un sondaggio non deve e non può prevedere il futuro, ma è “una fotografia sfocata della realtà”.
Il meccanismo previsionale che comunque si è creato, e sempre si crea in questi casi, sostiene Stefano Draghi, docente di Metodologia quantitativa della ricerca sociale all’Università Statale di Milano, crea aspettative e condiziona i comportamenti; e sono proprio i comportamenti di voto che hanno fatto fallire la profezia della larga vittoria dell’Unione.  
Ancora oggi si sente dire “i sondaggi non ci hanno preso”. Anche questo è un errore, molto giornalistico, perché si dà ai sondaggi un compito di predizione che essi non hanno. A fallire, allora, non sono stati i sondaggi, come si insiste da più parti, quanto le strategie di comunicazione. La spettacolarizzazione della battaglia post-elettorale ha costretto ad elaborare risultati sulla base di dati poveri, e non sempre statisticamente rilevanti, in tempi stretti.
L’abitudine giornalistica di mettere tutto sullo stesso piano, poi, ha finito per eliminare la distinzione tra exit-poll e sondaggi, con il risultato di introdurre distorsioni nell’interpretazione e nella spiegazione dei risultati. Infatti, sottolinea Giorgio Marbach, docente di statistica alla “Sapienza”, come i risultati degli exit-poll in fondo non fossero così sbagliati come si è voluto far apparire. Il perché è presto detto. Gli intervalli presentati, 50-54% per l’Unione, 45-49% per la Cdl, sono stati letti come i risultati dei sondaggi, cioè come “intervalli di confidenza attorno ad un valore centrale”. In altre parole: l’Unione più o meno al 52%, la Cdl più o meno al 47%. Qui sta l’errore, perché, sostiene sempre Marbach, questa elaborazione presuppone alla base un campione statistico, che l’exit poll non ha. Per cui, semplicemente, una differenza 54-45% ha la stessa probabilità di verificarsi di una 50-49%, che poi non è così lontana dalla realtà.
La comunicazione deve svolgere in maniera adeguata il suo lavoro, anche se i tempi sono ristretti. Sarebbe bastato, ad esempio, riproporre la formula americana del too close to call per evitare la figuraccia del “non siamo capaci di fare previsioni” sull’esito del voto nel Lazio e in Campania, che ha gettato una nube scura sugli analisti e su tutta la statistica. Tanto che Vittorino Andreoli, sul numero di Io Donna del 22 aprile ha parlato della statistica come di una “finta scienza”. Un’esagerazione, certo, che però spiega bene la posizione di tutta l’opinione pubblica. Gli errori, però, ci sono stati e parecchi, e non tutti sono a carico dei giornalisti.
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