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Dossier

Proiettato durante la Notte Bianca dell'Università il film-documentario sulle mafie che affliggono il Meridione

“In un altro paese”. Ma questo è il nostro


di Massimiliano Nespola
23/03/2006


altro paeseINIZIO PRIMAVERA: non è forse un caso la coincidenza di questa data con la Notte Bianca all’Ateneo “La Sapienza”. Volti distesi, clima da festa. Un evento di successo, organizzato con cura per coinvolgere tutte le facoltà e convogliarle alla città universitaria. Eppure, c’è chi all’evento ha scelto di partecipare offrendo un punto di vista differente: quello cioè della legalità e dell’impegno a parlare di temi scottanti della storia italiana. Nell’aula VII della facoltà di Giurisprudenza, infatti, viene proiettato “In un altro paese”, film di Marco Turco. Alexander Stille e Letizia Battaglia, fotogiornalista palermitana, le voci narranti. Ma oggetto della narrazione non è la fiction. Ad andare in scena sono brandelli di una realtà inquietante, truce. È in scena il lato oscuro della cosiddetta Prima Repubblica. Tutto parte dalla dichiarazione data da Antonio Caponnetto, ex presidente del Tribunale di Palermo, a seguito dell’assassinio di Paolo Borsellino: «è tutto finito».

Il racconto percorre a ritroso le fasi che ha attraversato la battaglia contro la mafia. Quella che, per usare una espressione del giudice ucciso, viene definita come un “fatto umano”, quindi con un inizio, un suo decorso, e una conclusione. Le battaglie percorse fino ad oggi sono state molteplici: in particolare, la narrazione riesce a focalizzare bene l’attenzione sul maxi processo dell’Ucciardone, avvenimento che sembrò aver segnato la svolta nella battaglia condotta per risanare il Meridione da una piaga secolare.


È la narrazione della verghiana “lotta pei bisogni naturali” ad andare in scena. Per la criminalità organizzata, non è un problema rendere testimonianza, al processo, di crimini efferati: morte, violenza, insensibilità totale di fronte alla sofferenza anche di persone innocenti. Il film non fa censura di scene di orrore reale, di fronte alle quali può esserci spazio solo per lo sdegno e il rifiuto, almeno nella mente della gente di buon senso. Ma la mafia è tutt’altra cosa: uccide per istinto, e per bisogno, e lo fa senza timori, anzi, quasi nella convinzione di essere nel giusto. Colpisce infatti la scena in cui, durante i processi, gli imputati si rivoltano contro gli sguardi della gente e delle forze dell’ordine. Come se non ne comprendessero il significato, e non capissero che di fronte al delitto la società civile, anche se non sempre lo manifesta, nutre un profondo risentimento.

Le scene finali descrivono i passi che portano al graduale isolamento del giudice Falcone, al posto del quale viene eletto dal CSM, come consigliere istruttore di Palermo, Antonino Meli. Falcone resta scoperto. E viene ucciso, il 23 maggio 1992. Due mesi dopo è la volta di Borsellino. E si torna così a quel «è tutto finito» di Caponnetto.

Ma il film ha ancora qualcosa da comunicare: e cioè l’emergere di Silvio Berlusconi come tratto portante della cosiddetta seconda Repubblica, un nuovo capitolo della storia d’Italia di cui si intravedono sui giornali, e nelle aule di tribunale, le prime tracce. Un eterno contraddittorio, il cui disvalore aggiunto è la violenza: ma chissà cosa ne pensano gli studenti in festa, durante la Notte Bianca della Sapienza…
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