Il convegno su L’informazione nella Tv di servizio pubblico tra diritto di cronaca e violenza, promosso dall’Istituto per lo Studio dell’Informazione Media Economia Società Istituzioni, si è tenuto martedì 10 febbraio presso l’ex Chiesa di Santa Barbara nella Piazza del Collegio Romano a Roma.
All’incontro di riflessione, introdotto da Enrico Menduni, si sono alternati gli interventi di giornalisti tra i quali Michele Cocuzza, Mauro Mazza e Roberto Rosseti e docenti universitari come Giampiero Gamaleri e Vincenzo Zeno Zencovich dell’Università Roma Tre. Tra i relatori, Paolo Mancini dell’Università di Perugia, impegnato nell’Osservatorio ISIMM Ricerche (http://www.isimm.it/),ha presentato i dati del monitoraggio sui telegiornali con riferimento ad uno studio sulla presenza della cronaca nera, nello specifico nelle edizioni principali dei telegiornali (Rai, Mediaset, La7) nella prima e terza settimana di dicembre 2008 e gennaio 2009, confrontando l’incidenza delle diverse notizie riportate dalle testate nelle differenti edizioni di day e prime time.
Il tema dell’informazione televisiva, in particolare del servizio pubblico, se da un lato impone una riflessione sul rischio di un eccesso di rappresentazione della crudeltà e della sofferenza, dall’altro richiama gli operatori dell’informazione alle dirette responsabilità deontologiche che coinvolgono anche profili di tutela delle persone rappresentate e la garanzia dei diritti umani inviolabili.
Un’occasione, dunque, per affrontare il dibattito intorno al difficile equilibrio tra il diritto di cronaca e la diffusione di informazioni sui fatti di violenza e criminalità, con importanti conseguenze sulla percezione di insicurezza così largamente diffusa nell’opinione pubblica italiana. Come evidenziato da Gamaleri, citando i dati del Censis sull’aumento del senso di insicurezza che attribuiscono parte della responsabilità ai media, è necessario interrogarsi sulle caratteristiche dell’informazione giornalistica italiana oltre che sulle sue difficoltà: osservare le modalità di diffusione di notizie di violenza in una società che sembra “incattivirsi”.
È idea condivisa dagli operatori dell’informazione presenti al convegno l’oggettiva difficoltà che un giornalista deve affrontare nello svolgimento della sua professione: le conseguenze derivanti dall’apporto delle nuove tecnologie sino alle problematiche legate all’Auditel e alla concorrenza fra tg (talvolta si tratta, anche, di esorcizzare “la paura di bucare”). Diventa allora centrale pensare al comunicatore come un professionista che ha la propria autonomia, che sa valutare, scegliere e approfondire in modo adeguato i fatti che poi intende raccontare; in questo, un contributo rilevante è senz’altro quello delle regolamentazioni che, come sostiene Cocuzza, sono a disposizione degli operatori ma che devono essere assimilate e maturate proprio in relazione a questi nuovi scenari.
Successivamente, anche Zeno Zencovich ritorna sulla riproduzione della violenza nella televisione, ricordando che se nel passato la rappresentazione scenica su questi temi aveva una funzione esorcizzante, per non vederla ed allontanarla, oggi assume un significato diverso. Diventa allora di grande interesse soffermarsi sulle modalità di racconto dei fatti di cronaca.
La tavola rotonda ha coinvolto Corrado Calabrò, Presidente dell’AGCOM, Mario Morcellini, Preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza Università di Roma, Angelo Maria Petroni e Carlo Rognoni Consiglieri di Amministrazione Rai, Angelo Crespi, Consigliere per l’Editoria e Paolo Romani, Sottosegretario allo Sviluppo Economico.
È Corrado Calabrò che richiama l’attenzione sull’importanza del rispetto delle norme specifiche che devono regolare la materia, ricordando che oltre al diritto di cronaca vi è la necessità di garantire “plurimi valori costituzionali, senza dimenticare la salvaguardia dei diritti umani” come quello di rispettare sempre la dignità della persona. Gli interessi in gioco sono tanti, ma è necessario contemperarli. I principi della Costituzione sono ripresi dalla regolamentazione dell’Ordine dei Giornalisti che all’articolo due, richiamando la libertà dell’informazione e di critica, sottolinea come questa debba essere limitata dalla tutela della personalità altrui come obbligo inderogabile, così come stabilito dalla Carta di Treviso e da molti altri codici deontologici. Pertanto, come insegna la stessa sentenza del 1993 della Corte Costituzionale in materia, è necessario trovare il giusto equilibrio tra il diritto di informazione e quello della libertà umana. Il presidente dell’AGCOM, con riferimento ai dati della ricerca ISIMM, sottolinea che lo spazio dedicato alla cultura dalla televisione si attesta intorno all’1,6%: viviamo nell’attualità e non possiamo ignorare ciò che accade, ma ciò è sicuramente irrisorio rispetto alle potenzialità del mezzo di comunicazione. Le preoccupazioni, o meglio le riserve, sono quindi intorno al modo in cui si “fa informazione”: la questione non è di quantità, bensì di qualità. Infatti, continua il presidente, è importante ricordare che ciò che è detto dalla televisione esiste per l’opinione pubblica, ma se vogliamo utilizzare – come in uno dei precedenti interventi - la metafora dello specchio, ecco che bisogna considerarlo “ad una sola dimensione” e come tale superficiale e talvolta deformante. Nello svolgere il suo ruolo professionale il cronista è chiamato, quindi, a far proprio il principio di non colpevolezza, così da non ledere “beni “ della persona attraverso un processo mediatico dalle conseguenze irreparabili.
La cronaca nera è stata sempre presente nei media, però in un contesto di crisi, come è quello attuale, sta assumendo caratteri differenti: appare come un gigantesco dispositivo di suggestione usato non soltanto dalla politica. È Mario Morcellini che, anticipando alcuni dati di uno studio sulla cronaca nera curato dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione, sottolinea l’importanza di osservare le modalità della narrazione mediale della criminalità nella stampa come nella televisione. Per esempio, spesso le notizie sull’immigrazione sono una sorta di cronaca nera “criptata”. Qualcosa di diverso accade nell’informazione in rete dove, probabilmente per la stessa struttura della fruizione, sembra esserci una maggiore presenza di “giornalismo”.
Inevitabilmente gli operatori dell’informazione sono chiamati a raccontare il fatti, a contestualizzarli per restituire al pubblico non il racconto di una criminalità individualizzata, ma una cronaca che serva come insegnamento e per cui il giornalismo deve ricostruire le matrici della realtà.