Intervista a Roberto Gritti
Stampa araba: una realtà che conosciamo poco
ROBERTO Gritti è professore di Sociologia delle relazioni e delle organizzazioni internazionali, Sociologia delle istituzioni, Istituzioni di sociologia, Sociologia dei fenomeni politici e Sociologia delle relazioni internazionali presso l’Università degli studi di Roma "La Sapienza". Autore di “La politica del sacro. Laicità, religione, fondamentalismi nel mondo globalizzato”, “Islam, Italia. Chi sono e cosa pensano i musulmani che vivono tra noi” con Magdi Allam, “Postcomunismo e media”, “Modernità senza tradizione. Il male oscuro dei Democratici di Sinistra” con Michele Prospero, “Il nuovo disordine mondiale. Introduzione all’analisi sociale delle relazioni internazionali” con Gianni Statera.
Si parla spesso di stampa araba generalizzando e riducendo tutto ad un unico monolito mediatico. Quali sono, se ci sono, le sfaccettature della stampa araba? Si può parlare di una stampa islamica?
intervista
prima parte
Evidentemente, non esiste una stampa islamica, ci sono certamente dei prodotti che si richiamano all’islam politico, alla cultura islamica, come possono esserci giornali e case editrici anche in Italia di area cattolica, però sono minoritari. C’è una stampa, invece, araba molto importante che ha una grande storia, è una stampa, ma come anche le televisioni, molto più sviluppata di quanto si immagini. Sono giornali di grande livello perché hanno una tradizione molto forte e ancorata a delle realtà forti. Faccio un esempio: il Marocco e l’Algeria sono molto legati alla cultura francese ed hanno modelli simili alla stampa francese. Un modello mediatico molto sviluppato che ha poca eco in occidente, o perché sono in francese ma soprattutto perché sono in lingua araba, ma comunque sono tradizioni giornalistica molto importanti.
L’Egitto è storicamente un grande paese che ha avuto contatti cosmopoliti con tutto il mondo e ha una stampa di grande livello. Il Libano anche ha una tradizione giornalistica molto forte, insomma è un panorama articolato. Le nuove televisioni satellitari anche sono una realtà notevole, in Egitto è stata costruita una città vicino al Cairo interamente dedicata alla produzione televisiva, creata dal nulla, che sta nascendo destinata solo alla tv. In Egitto ci sono una decina di tv satellitari molto importanti, lo sviluppo della tv satellitari nel mondo Arabo è molto più forte che da noi.
C’è, quindi, una tradizione mediatica?
intervista
seconda parte
Sicuramente è una cultura mediatica importante, e, detto un po’ brutalmente, viene anche dai rapporti post coloniali, ma sicuramente è stato un utile scambio. Il problema in questi paesi non è la qualità della stampa ma il rapporto che ha con la politica, quindi è il problema della libertà di stampa.
Entriamo nel merito della satira. Esiste una satira araba o è soltanto un riflesso alla nostra satira?
C’è una tradizione in tutto il mondo arabo di satira. Già in torno all’anno mille c’erano poeti Sufi che scrivevano diversi poemi satirici. C’è un lato nella tradizione araba dello scherzo, dell’aneddoto, del gioco che nasce dalla letteratura. Non è stata fatta ancora una storia dello humor islamico ma esiste. Ci sono poeti Sufi che scrivevano opere satiriche in epoca medievale che sono ancora oggi importanti. Le vignette e i cartoon, quindi la satira per immagini è presentissima ed è un prodotto proprio. Non ha nè sul lato grafico nè su quello contenutistico un legame con quello europeo occidentale.
C’è una tradizione, appunto, che nasce anche questa con l’indipendenza, gli anni '50 e '60, gli anni di forte secolarizzazione per questi paesi. La laicità si espande e favorisce molto questo risveglio culturale che risveglia queste forme di espressione. Ogni giornale ha i suoi vignettisti, è una satira politica molto forte, verso l’occidente, verso Israele e verso la politica in generale. Questa è l’unica forma di dissenso che questi regimi permettono, quindi questa satira è molto importante perché è un minimo di libertà di espressione che viene garantita.
Esiste uno scontro di satira tra Medio Oriente e Europa?
Gli obiettivi della satira politica e la politica internazionale sono principalmente due: l’egemonia dell’imperialismo degli Stati Uniti e l’altro il sionismo e Israele. Questi due sono i focus principali della satira araba e poi se vogliamo ce n’è un terzo, il governante o burocrate corrotto. I tre modelli sono questi, ma uno scambio satirico con l’occidente non lo vedo perché noi non abbiamo una satira che tratta abitualmente il mondo arabo.
L’Europa non è oggetto di satira. Forse la quarta figura della loro satira è il personale religioso, in molti paesi il punto di critica è proprio l’influenza nuova che hanno i Mullah, gli Imam che spesso sono oggetto molto forte di satira, gli ormai famosi omini disegnati con barba e turbante.
La satira araba può essere figlia della contaminazione e dell’influenza dei media occidentali su quelli medio orientali?
intervista
quarta parte
Come abbiamo detto, secondo me non esiste una contaminazione. Abbiamo visto queste polemiche che io reputo incongrue contro Al Jazira definita cassa di risonanza del terrorismo e a me questa pare una sciocchezza. Loro hanno evidentemente un quadro politico e culturale differente dal nostro ma questo non vuol dire che sono fiancheggiatori del terrorismo, in oltre hanno a che fare in generale con un rapporto con il potere politico molto difficile quindi non è facile gestire la cosa. In Algeria per esempio molte delle vittime della guerra civile sono state giornalisti donne o giornalisti laici perché non si erano piegati per un verso al potere militare nuovo e per l’altro perché non volevano oscurare il problema del terrorismo. Questo ci fa capire quanto lì la classe giornalistica sia forte e molto ben sviluppata che non ha influenze dirette con il mondo occidentale, ma sviluppa una sua posizione.
Credo che ci sia una grossa frattura tra il mondo arabo e l’Europa. Il mondo arabo è considerato un po’ troppo sottosviluppato più di quanto è in realtà. Ci sono settori, come dicevamo prima, all’avanguardia come la diffusione della tv satellitare.
Una tv broadcast come Al Jazira ha un forte ruolo di gatekeeping nella popolazione, o forse è più un riferimento per noi occidentali?
Tutte e due le cose. Praticamente è l’unica tv satellitare che l’occidente guarda, dimenticando le altre 20 che sono altrettanto importanti, come quelle egiziane. C’è un industria culturale molto forte. Le soap opera egiziane, ad esempio, sono guardate in tutto il mondo arabo da trenta anni con grande successo, un’industria culturale che noi conosciamo poco ma che ha una grande diffusione. Tornando sulle tv satellitari, Al Jazira è la più conosciuta in occidente ma dalle statistiche non è la più vista nel mondo arabo. Noi conosciamo poco dei canali satellitari arabi e sicuramente è una realtà che meriterebbe molta più attenzione quanto meno per fare un utile lavoro di collegamento.