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Dossier

Germania 2006, mondiale dei new media. Ma il mito nazionale si costruisce ancora mentre siamo tutti insieme davanti alla tv

Siamo tutti Cannavaro


di Simone Esposito
di Simone Esposito
10/07/2006


tifp

IN SPIAGGIA con il tvfonino. Online, con i vari Coolstreaming e compagnia cinese cantante. Sulla Luna, con Sky (presumibilmente, con un po’ di lavoro di sintonizzazione, la parabola dovrebbe prendere anche lì).

I mondiali di Germania sono stai anche questo: un vero e proprio evento delocalizzato, slegato da orari, luoghi, spazi predefiniti, modalità ordinarie. Abbiamo visto sempre, ovunque, con ogni mezzo, in ogni sua parte. Il tutto centrifugato in una mastodontica rimediazione del classico spettacolo pallonaro, con i suoi ventidue uomini in mutande che corrono dietro a una (griffatissima) sfera. La tv sul telefono, le dirette on line, i replay virtuali, e le foto del tuo salotto di casa in mondovisione web (te le pubblicano i più grandi portali di informazione italiani, come modo nuovo di raccontare il nostro costume).

Intendiamoci: va bene così. La comunicazione deve cercare continuamente strade nuove, che poi fatalmente sono spesso incroci, deviazioni, riasfaltamenti e allargamenti a dieci corsie delle vecchie. Da romantici, è l’insopprimibile istinto umano all'interrelazione. Da cinici, è l’insopprimibile bisogno di quattrini del dio sponsor.

Risultato: in moltissimi, troppi, il mondiale lo hanno visto dappertutto ma non tutto. Perché il vecchio televisore di casa, quello banalmente attaccato alla sola antenna acchiappaetere, non ci ha dato tutte le partite, privandoci dei rigori germanoargentini, di Svizzera-Ucraina e di Togo-Corea, che solo chi non capisce la sempreverde favola della coppa del mondo (se scrosti bene via la pubblicità c’è, certo che c’è) può dire che non era essenziale vederle. Essenziale no. Bello si.

La colpa di chi è? Della Rai, di Sky, della Fifa, poco importa. Quel che è vero è che tanta offerta, tanta personalizzazione di fruizione e mezzi, tanti servizi di contorno stanno cambiando, certo, il modo di trasmettere le immagini dei ventidue mutandati di cui sopra. Ma forse non ancora il modo di guardarli. Un modo che sfugge all’Auditel (come si conta una piazza, o un gruppo di amici al bar?) e ai guru del digitale mobile e dello smanettamento costante, che immaginano un popolo di singoli individui malati di pallone. Sbagliano. Come tutte le grandi malattie, la pallonite è endemica, e la si prende e la si sconta tutti insieme, più ne siamo e meglio stiamo, nelle piazze e nelle case, alla vecchia fantozziana maniera: “mutande, vestaglione di flanella, frittatona di cipolle, familiare di Peroni gelata, tifo indiavolato e rutto libero”. Quasi trenta milioni di rutti liberi, dice l'Auditel, nella notte magica di Berlino appena trascorsa. Sono di certo molti di più: quasi quanti sono gli italiani, c'è da crederlo.

Passi la flanella, ché fa troppo caldo. Ma il resto, il rito, no che non passa. L'epopea sportiva, il nostro moderno mito collettivo, quello che fa di una nazione sgarrupata e troppo spesso senza amor di patria un vero popolo, nasce e cresce ancora nei nostri piccoli schermi di casa. Per riversarsi poi nelle strade e nelle piazze fasciati nei tricolori, inneggiando ai loro eroi. Per sentirsi tutti campioni del mondo


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