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Dossier

Non solo i fan ma anche le aziende vedono i propri sogni realizzati nel film

Il codice dei Brand


di Daniele Ministeri
10/06/2006


RETROMARCIA su una Smart nel pieno centro di Parigi, castelli accessoriati con schermi Sony ultratecnologici, prestigiose università americane e tante macchine francesi… Secondo le graduatorie delle agenzie di product placement “Il codice Da Vinci” si è rivelato essere il film più “brandizzato” della stagione.Ma procediamo con calma.

Cos’è il product placement e perché in Italia si comincia a parlarne solo adesso? La definizione più completa di questo strumento pubblicitario sembra essere: una tecnica di comunicazione aziendale che consiste nel posizionamento di un prodotto o di un brand all’interno di un contesto narrativo precostruito riuscendo ad integrarsi in esso. In altre parole si tratta di completare le scene di un film inserendo prodotti e marchi visibili al duplice scopo di pubblicizzare un’azienda committente e di rendere più realistica una scena che, se ricostruita con marchi immaginari, sembrerebbe troppo irreale. Una tecnica che sembra esistere nel mondo del cinema fin dai fratelli Lumiére, i quali, non credendo nelle potenzialità dell’invenzione, la utilizzavano principalmente per lo scopo di pubblicizzare la propria azienda.

In Italia fino al 2004 questa pratica, che negli Usa arriva a finanziare fino al 30% di una produzione, era considerata illegale dalla legge ed inclusa nelle forme di pubblicità occulta ai danni del consumatore. Con la “Legge Urbani” sulla riforma del cinema, tuttavia, la situazione cambia radicalmente: la legge sembra infatti individuare nel nuovo strumento pubblicitario un punto di forza per il recupero del cinema dalla crisi degli ultimi anni. Anche se il “Codice di autodisciplina pubblicitaria” non sembra ancora aver recepito la norma.

Ritornando alle vicende del professor Langdon, “Il codice Da Vinci” sembra essersi rivelato una vera miniera d’oro per le aziende che hanno deciso di includerlo tra gli investimenti delle proprie campagne pubblicitarie.

Già nel romanzo potrebbe rintracciarsi l’inizio dell’operazione di marketing. Scorrendo le pagine, i riferimenti ad autovetture, luoghi e persino università, che in America concorrono come delle vere e proprie aziende per accaparrarsi “clienti/studenti”, sono fin troppo espliciti. Ovviamente, finché si tratta di un testo, è difficile identificare dove finisca il libro e dove inizi la pubblicità, soprattutto per quanto riguarda i luoghi, anche se, a conti fatti, i passaggi ambientati all’interno del Louvre, che ha aumentato di un terzo le proprie visite dall’uscita del libro, potrebbero far rizzare le orecchie ai più maliziosi.

Nel film si contano oltre 15 marche che compaiono esplicitamente. Il piazzamento più interessante, ed evidente, sembra essere quello della Sony, azienda distributrice della pellicola. Osservando il film, infatti, uno degli elementi che più colpisce nella regia di Ron Howard è l’utilizzo che si fa della tecnologia.

Un esempio è la scena ambientata nello studio di Sir Teabing, dove per spiegare le proprie teorie sulla Maddalena il rampollo inglese usa una serie di effetti visivi su schermi dalle capacità quasi fantascientifiche. In realtà si tratta del “Sony Flat Panel LCD Display” che la compagnia giapponese sta lanciando in commercio proprio in questi mesi. Ad esso si aggiungono il “Sony VAIO Laptop” usato dal professor Langdon per la sua lettura dei simboli ed il “Sony Ericsson Z300 mobile phone” col quale Monsignor Aringarosa si tiene in continuo contatto col maestro.

Passando alle autovetture quelle che spiccano di più sono la già citata Smart, che dimostra le sue capacità di maneggevolezza urbana anche nel pieno degli inseguimenti più rocamboleschi e la Land Rover, forse più notata all’interno del romanzo che nel film, comunque in grado di garantirvi un passaggio sicuro attraverso i boschi durante i blitz della polizia nel vostro castello privato. A fare da sfondo ovviamente le principali marche francesi nessuna esclusa: dalla Peugeot alla Cytroen passando per la Renault. 

L’università di Harvard sembra invece essere il luogo ideale per partire nelle più entusiasmanti avventure con una capacità analitica in grado di risolvere anche i più ingarbugliati indovinelli. Ovviamente anche qui il luogo che la fa da sovrano è il Louvre, ripreso nelle splendide inquadrature che solo un regista esperto sa regalarci.

L’idea di un film destinato al successo come “Il codice Da Vinci”, per settimane in vetta ai box office di tutto il mondo, ha attirato gli investimenti di decine di grandi aziende. Un'attenzione che tuttavia non ha alterato i contenuti del romanzo, ma, anzi, ha permesso un budget di partenza così alto da poter realizzare il film al meglio, o almeno, viste le critiche negative, da consentire al regista una maggior libertà nelle scelte per mettere in scena un prodotto al massimo delle proprie potenzialità. Difficile dunque stabilire dove si fermi la pubblicità e dove inizi l’arte, ma il vero dubbio è quanto trovare questo limite interessi veramente.

Il product placement suscita ancora molte critiche nel nostro paese, ma viene spontaneo chiedersi, soprattutto in film come questo: quanto l’inserimento di un prodotto che si fonde con la trama del film, arricchendola e completandola, provoca realmente danno allo spettatore e quanto invece questo strumento consente di aumentare la qualità del film, garantendone una maggiore realisticità ed anche un più elevato supporto finanziario?

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riferimenti >> Il Codice va in Tribunale
>> Dan Brown ha copiato. Anzi, no
>> Storia vera o fantasia?
>> “Il Codice Da Vinci”, successo o flop?

Il sito della Sony dedicato a "Il Codice Da Vinci"

Il sito della Smart dedicato a "Il Codice Da Vinci"

Il sito della Jmn & Dy, una delle principali aziende di product placement italiane

Brandcameo, le apparizioni di brand nei film degli ultimi anni

Il testo integrale del D. Lgs 22 Gennaio 2004 "Legge Urbani"

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