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Dossier

Sui media conquista più spazio, ma c'è meno qualità: intervista a Giovanni Sabbatucci

Ma non chiamatela tutta cultura


Dal boom della storia in tv al successo delle iniziative editoriali allegate alla stampa: per lo storico segnali positivi da maneggiare con cautela
di Simone Esposito
22/06/2006

audioL'intervista integrale al professor Sabbatucci (mp3, 11,90MB)


Il professor Giovanni Sabbatucci

Cultura e media, un binomio che ha vissuto una vera e propria rivoluzione nel rapporto fra i due termini. Sui quotidiani il dibattito culturale lascia il recinto della terza pagina e si spalma; nascono i supplementi, rispuntano i domenicali e in edicola i giornali vanno a ruba quando in allegato c’è un'enciclopedia. In tv, tra le prime serate colonizzate dai reality e dalla tradizionale esposizione di cosce e seni, ogni tanto spunta Rai Educational e fa il botto. E su Internet gira di tutto, di più, e spesso non si capisce cosa è vero e cosa è falso.

Di tutto questo MediaZone ha parlato con il professor Giovanni Sabbatucci, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Roma “La Sapienza”.

intervista - prima parte
(mp3, 2,60MB)

A conti fatti, professor Sabbatucci, oggi nei mezzi di comunicazione si fa più o meno cultura di un tempo?

Ma io direi che se guardiamo al dato quantitativo la risposta è ovvia: molta, molta di più. Si potrebbe obiettare che quella che ci viene presentata nelle pagine culturali e con altre iniziative editoriali nella stampa settimanale di oggi è forse più divulgazione, o forse diffusione, o nel caso peggiore anche chiacchiera, che non cultura in senso stretto, come poteva essere un elzeviro di un celebre intellettuale sulla terza pagina di un giornale di mezzo secolo fa. Ma credo che anche questa sia una visione unilaterale: la forte presenza nel circuito mediatico di temi culturali, anche se in una certa misura deformati, o amplificati, o distorti, è un dato più positivo che negativo. Quindi, sì: c’è più cultura, nonostante tutto.

E c’è secondo lei anche un interesse maggiore del grande pubblico a questo genere di diffusione di contenuti culturali?

“Grande pubblico” è un espressione che andrebbe sempre usata con cautela perche dobbiamo sempre pensare che il pubblico di chi acquista giornali e settimanali è sempre assai meno grande di quelli che lo fanno in altri paesi e soprattutto rispetto agli utenti della televisione. Ma se ci riferiamo a quella che è la normale circolazione di un libro nelle librerie, beh, un’apparizione di un articolo su un quotidiano molto diffuso, tra i primi tre-quattro, o addirittura la distribuzione di un volume nelle edicole in allegato, raggiungono sicuramente dei numeri che sono incomparabilmente superiori a quelli del normale destino di un libro che raramente supera le poche migliaia di copie: allora si che possiamo parlare di “grande pubblico”.

intervista - seconda parte
(mp3, 5,50MB)

Lei ha evocato l’enorme platea televisiva. La tv sta conoscendo da qualche anno una stagione di novità sul fronte culturale: una di queste è la serie de “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli, che RaiEducational e RaiTre hanno voluto fortemente in prima serata con ascolti lusinghieri, e di cui lei è un protagonista, avendo collaborato anche all’esperimento della storia “controfattuale”: con un uso strumentale di documenti video e del montaggio si modifica un singolo fatto di una nota vicenda storica e da lì si ipotizza come si sarebbero sviluppati, in quel caso, gli avvenimenti. La domanda è d’obbligo: ma perché nel paese dei reality serviti ad ogni ora del giorno e della notte, qualche milione di italiani guarda la storia in tv?

Intanto meglio precisare che non sono un protagonista delle serie che lei ha citato: sono perlopiù un consulente, che è diverso dall’essere un autore, anche se mi è capitato di comparire in video. L’esperimento della storia “controfattuale” cui faceva cenno ha suscitato molto interesse e lo ritengo tutto sommato positivo, ovviamente si devono usare tutte le cautele del caso. Perché c’è tanto interesse? Beh, l’interesse c’è: si è scoperto che trasmissioni di questo genere (non tutte, ma molte) raggiungono picchi di audience anche superiori al 10% e che competono con altre produzioni incomparabilmente più costose, oltre che meno istruttive. E’ un dato positivo con il quale confrontarci: non è giusto avere un atteggiamento di distacco, di superiorità verso questo canale importante. E’ il segno, soprattutto, di un interesse diffuso che ottimisticamente si potrebbe dire per la storia, ma forse qui c’è un eccesso di enfasi. La storia andrebbe intesa nel suo complesso, mentre l’interesse medio dello spettatore tv è concentrato su alcune cose specifiche: guerra, fascismo, resistenza, guerra civile, questioni militari. Il lavoro da fare sta nell’allargare questo campo di interesse e nel cercare di dare maggiore profondità. Il fenomeno in sé e gli effetti di questo piccolo boom sono tutto sommato positivi.

In questo boom quanto c’entra la grammatica quasi cinematografica, spettacolare, dei documentari storici?

Questo c’è sempre stato: da quando c’è il cinema ci sono stati i film storici; oggi si fanno le fiction di argomento storico o biografico. Il problema è che deve essere ben chiaro il confine fra la fiction e il documentario.

Le polemiche sulla veridicità del racconto storico delle fiction sono frequenti.

E’ una questione abbastanza delicata: se un prodotto di presenta come opera di fantasia, anche se con ambientazione storica, va giudicato per quello che è, e poi in seguito la congruità del contesto, che non deve essere fuorviante o inesatta. Ma la fiction ha altre regole, rispetto a lavori con pretese di scientificità. Bisogna stabilire un confine, ed evitare che i due piani si confondano. Che poi una fiction, un film o un romanzo storico possano avere una funzione positiva nel diffondere certe conoscenze è un altro discorso: è vero oggi su una scala più ampia, ma era vero anche prima.

intervista - terza parte
(mp3, 2,40MB)

Un nuovo, interessante e contraddittorio spazio di divulgazione storica è la Rete. Milioni di archivi ad accesso libero, ma anche tante comunità virtuali dove il revisionismo la fa da padrone, e dove si spacciano per verità tesi senza alcun fondamento scientifico. Internet è una potenzialità o un pericolo?

E’ ovvio, le due cose insieme: una potenzialità e un pericolo, un pericolo serio. C’è un maggiore ventaglio di opportunità che viene dato a chi fa ricerche e a chi vuol consultare o addirittura dare informazioni, saltando la quasi insormontabile barriera dei costi di diffusione editoriale, mettendo uno spazio a disposizione di chiunque. Significa che chiunque può comunicare i risultati di una propria ricerca ma anche che non c’è un filtro e quindi quel minimo di garanzia che una casa editrice o un canale televisivo offrono rispetto a un prodotto. Devono quindi moltiplicarsi le cautele: capita spesso anche a me che uno studente mi dica, quando gli chiedo la fonte di una qualche notizia, che l’ha trovata su internet, e questo è un dato abbastanza inquietante perché non ci sono e non so se potranno mai esserci norme e filtri di carattere deontologico, essendo uno spazio infinito a disposizione di tutti. Può apparire qualunque cosa e la capacità critica è tutta a carico dell’utente. La conclusione è la stessa: le opportunità sono tante e tanti sono i pericoli, e dobbiamo tutti vigilare.

In sintesi: ci vuole più attenzione, ma la storia, e la cultura in genere, devono potersi muovere anche nei canali dei nuovi media e delle nuove tecnologie.

Tutti le sfruttiamo, ovviamente con cautela, ma non ci si può nemmeno porre il problema se sfruttarle o bloccarle, perché bloccarle non è possibile: ci sono e dobbiamo fare i conti con questa realtà.

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