Le vignette danesi e le reazione di alcuni grandi quotidiani esteri
Quando un'immagine può uccidere
La proposta degli studiosi: un mutamento di paradigma identitario
di Nello Trocchia
21/05/2006
CINQUE mesi di scontri, incidenti e morti. Il casus belli della triste vicenda: la pubblicazione di 12 vignette su un giornale danese che raffiguravano il profeta Maometto. Tutto ebbe inizio il 12 settembre, nel silenzio generale, quando il
Jyllands Posten, quotidiano danese ultraconservatore pubblicò i disegni incriminati, l'oggetto dello scandalo.
Non passano neanche venti giorni che undici ambasciatori di paesi musulmani protestano presso il governo danese, ricevendo il rifiuto del primo ministro, che decide di non incontrarli. Ma l'inizio dell'escalation di violenza e paura è rimandata a quando provocatoriamente altri giornali europei ripubblicano le vignette.
Le iniziali proteste si trasformano in vere e proprie sommosse popolari. Nei principali paesi musulmani, gli incidenti davanti alle ambasciate europee si moltiplicano, con pensatori, ideologi e politici che soffiano, colpevolmente, sul fuoco dello scontro di civiltà.
Ma perchè il Jyllands Posten ha deciso di pubblicare le vignette? Per qualcuno la testata ha voluto soltanto provocare, ottenendo un risultato oltre le proprie aspettative. “Hanno cercato di offendere e ci sono riusciti”, è questo il parere di Toger Seidenfalden, direttore del quotidiano
Politiken. Il direttore riconduce la pubblicazione ad un clima di odio che si respira nell’apparente isola felice danese. “ Il Problema maggiore in Danimarca - ha raccontato a
Le Monde Seidenfalden – è l’integrazione delle minoranze e tra queste il gruppo più grande è quello di origine musulmana”.
In questa drammatica storia, un ruolo centrale lo hanno ricoperto proprio le minoranze. Elite che hanno guidato e strumentalizzato le pubblicazioni. Nel racconto di Olivier Truc, su Le Monde, emerge una strana manipolazione. “ Tra dicembre e inizio gennaio, alcune delegazioni di imam danesi sono andate in Medio Oriente per mobilitare i governi. Hanno mostrato le dodici vignette ma ne hanno fatte vedere anche altre molte violente, sulla cui origine la polizia sta indagando”. A parte la manipolazione, la vicenda che ha travolto gli equilibri tra stati, nasce in un clima di tensione e di rapporti difficili con le minoranze, in particolare musulmane, in tutti i paesi euroepi.
Su questo si è soffermato Olivier Roy, su
El Pais, che ha ricordato:
“Quello che offende un musulmano medio non è la rappresentazione del profeta, ma che siano usati due pesi e due misure”. In riferimento al diverso approccio con le altre due religioni: l’ebraismo e il cattolicesimo. Inoltre secondo Roy, la vicenda è stata strumentalizzata ad arte dai “movimenti politici che rifiutano la presenza degli europei nei luoghi di crisi in Medio Oriente”. Per Roy
una strada c’è per il vecchio continente: assumersi le responsabilità di quanto succede lontano da casa sua, senza più lavarsi colpevolmente le mani. “ Si può approvare un ruolo dell’Europa in Afghanistan o in Libano ma bisogna anche assumersene le conseguenze”.
Chiavi di lettura e interpretazioni diverse per una vicenda che si è colorata di episodi esecrabili come la mostra della vignetta da parte di un ministro della nostra Repubblica durante una trasmissione tv.
Nella difficile trama di rapporti spesso le identità diventano muri insormontabili ma – come suggerisce il romanziere Amin Maalouf – "Se affermiamo con tanta rabbia le nostre differenze è proprio perchè siamo sempre meno differenti”. La strada da intraprendere, nella ricerca estenuante del dialogo è quella suggerita dalla studiosa di mediazione linguistica Silvia Albertazzi: “Contrapporre alla monolitica identità-radice l’identità relazione, radicata in contesti molteplici e molto diversi”.