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Dossier

Distinzioni e metodi, tra sondaggi, exit-poll e proiezioni

Ogni cosa al suo posto


di Alessandro Mastroluca
24/05/2006


romano prodi
“L’OPINIONE PUBBLICA è per molti una scusa per non averne una propria”. Così A. Franz criticava l’uso generalizzato del concetto di opinione pubblica. Oggi questo concetto è tornato in auge dopo il fallimento dei sondaggi elettorali, messi alla sbarra proprio dalla sempre temibile opinione pubblica. Per capire le dimensioni del problema, comunque, occorre fare un po’ di chiarezza sulle differenze tra sondaggio, exit-poll e proiezione per capirne anche pregi e difetti.
I sondaggi pre-elettorali, spiega Marbach, vengono effettuati partendo da un campione “per quote”, che non è un campione statistico. Inoltre vengono effettuati via telefono, dunque scegliendo le persone in base agli elenchi telefonici. Ma in Italia solo l’80% possiede un telefono fisso, e peraltro non tutte le famiglie compaiono sugli elenchi abbonati: questa è già una prima, significativa, distorsione. Vengono realizzate in genere 1000 interviste, per le quali, però, si richiede un numero di contatti fino a 10 volte superiore: in pratica per riuscire ad ottenere 1000 interviste bisogna spesso fare circa 10 mila telefonate.
Il sondaggio elettorale, poi, sottolinea Stefano Draghi, è destinato alla pubblicazione. Pubblicazione in cui spesso manca la nota metodologica, tanto che per Mannheimer nei sondaggi sui giornali “c’è tanta statistica quanta in uno yogurt”. Un fattore da non sottovalutare, perché comporta la formulazione, in partenza, di un quesito semplice, chiaro, immediato. La domanda è in genere del tipo “ha già deciso se andrà a votare? Se sì, per chi?”. L’analisi dei dati taglia fuori gli indecisi, quelli che decidono all’ultimo minuto.
Le non risposte, aggiunge Pierluigi Conti, non colpiscono nello stesso modo le due coalizioni. Così si consolida la favola del vantaggio del 5% dell’Unione e per questo la promessa berlusconiana è stata tanto importante: nell’ultima settimana però non è possibile effettuare sondaggi elettorali, e il fenomeno è stato scoperto solo ex post.
Gli exit-poll avrebbero dovuto però fornire una misura già più attendibile, in quanto interviste all’uscita delle urne. Il principio alla base del cosiddetto voto di paglia, che nasce in America prima del sondaggio, è quello della simulazione. Il campione non è casuale, ma si sceglie all’interno di ogni regione, e di ogni città selezionata, un numero di persone che risulti congruente, nello stesso tempo, l’esito delle precedenti elezioni europee, politiche e amministrative. E’ un campione post-stratificato, in pratica costruito ex-post. Un principio che ha dato buoni risultati nelle regionali del 2005 e ripreso, con qualche aggiustamento, per le ultime politiche. In questo caso la tentazione di mentire c’è stata, ma un’adeguata lettura dei dati, frutto di elaborazioni statistiche su campioni non statistici, avrebbe permesso di ridurre il margine di errore.
Le proiezioni, conclude Marbach, sono elaborazioni sulla base dei voti già scrutinati. Sono, in sostanza, indicazioni di linee di tendenza. Soprattutto per quelle effettuate subito dopo la chiusura delle urne, si tratta di un vero e proprio salto nel buoi. Infatti, la proiezione si effettua sulla base dei dati che arrivano da un numero ristrettissimo di sezioni, non più dell’8%, in ognuna delle quali sono state scrutinate meno di un quinto delle schede. In pratica, è più o meno come predire i numeri del lotto. Ma in fondo, sottolinea Draghi citando Gallup, “le elezioni servono solo a verificare i sondaggi”.
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