"NON ACCETTARE, per l’amor del cielo!”. Tutti, proprio tutti i suoi consiglieri, avevano provato a dirglielo in ogni modo. E’ più bello. Più giovane. Un oratore formidabile. Ti straccerà.
Non ci aveva creduto, Richard Nixon, allora vicepresidente degli Stati Uniti e candidato alla successione del suo capo repubblicano Ike Eisenhower, amatissimo leader della Casa Bianca rieletto quattro anni prima sull'onda del favoloso slogan “I like Ike”.
E così, la sera del 26 settembre 1960, andò a scontrarsi in diretta tv davanti a 70 milioni di americani con il suo avversario, che di nome faceva John Fitzgerald Kennedy. Abbronzato, sereno, forte di un sogno politico di cui era fermamente convinto, il giovane leader democratico distrusse parola dopo parola il suo competitor. Che fece la figura del bugiardo e dell’incapace.
The “Great Debate”, il grande dibattito: ancora oggi è chiamato così. Fu il primo, e anche il più efficace: nonostante Nixon fosse risultato persino vincitore nei confronti successivi, non riuscì più a scrollarsi di dosso quella terribile impressione data nella trasmissione inaugurale. E fu battuto.
Da quel 1960 ne è passata di gente alla Casa Bianca, e anche di confronti televisivi: non in ogni campagna (a causa dell’effetto Kennedy i repubblicani accetteranno di tornare sul piccolo schermo solo nel ’76), e non con gli stessi effetti sul voto. Basti pensare all’ultimo: John Kerry è risultato più credibile ed affidabile del presidente uscente George W. Bush, ma alle urne è stato sommerso da una valanga di suffragi repubblicani.
Sono tre i confronti memorabili che hanno in qualche misura segnato l’esito delle elezioni Usa.
Nel 1976 Gerald Ford afferma che l’Europa orientale non è soggetta politicamente all’Unione Sovietica. Un clamoroso autogol che gli brucia tutto il vantaggio accumulato sull’avversario democratico Jimmy Carter, che infatti lo batterà. Senza però riuscire a rimanere a Washington: quattro anni più tardi Carter dice che, in fatto di armi nucleari, si è fatto consigliare da sua figlia, una ragazzina di quindici anni. Una gaffe terribile, che gli affibbia un’immagine altamente inaffidabile. Mentre Ronald Reagan, ex attore di grande presenza scenica, gli piazza fra le costole una domanda rivolta agli elettori, che diventerà il leit motiv della campagna: “State meglio oggi che quattro anni fa?”. Risultato: quarantotto stati su cinquanta premieranno il candidato repubblicano.
Arriva il 2000: Al Gore, spigliato, telegenico e con alle spalle otto anni di presidenza Clinton, si presenta come superfavorito contro Bush junior. Ma non sfonda. Bush nemmeno: ma il non perdere dà l’impressione che abbia vinto lui. E’ l’inizio di una rimonta conclusasi a colpi di carta bollata. Alle urne finisce praticamente pari, il tribunale dà ragione all’attuale inquilino della Casa Bianca.
E in Italia? Le regole e i cronometri del confronto a stelle e strisce arrivano solo nel 2006, ma di faccia a faccia veri e propri, nell’era del bipolarismo, se ne sono già visti alcuni, e hanno finora rispecchiato l’andamento del voto. Nel 1994 è Silvio Berlusconi a battere un impacciato Achille Occhetto a “Braccio di Ferro”, condotto su Canale 5 da Enrico Mentana. Uomo televisivo per eccellenza, il Cavaliere vende abilmente il suo “nuovo miracolo italiano” mentre il leader del Pds finisce sotto processo persino per il colore del suo abito, un marroncino sul quale s’è sprecato in seguito tanto polemico dibattito.
Nel 1996 il vincitore non si chiama né Romano Prodi, né Berlusconi: il goal lo segna la pidiessina Giovanna Melandri che da Lucia Annunziata fa un intervento sullo smantellamento dello stato sociale evocato nel programma del centrodestra che manda in crisi Sua Emittenza e sposta, stando alle ricerche demoscopiche, qualche centinaio di migliaia di voti a sinistra. Sarà Prodi, in gran forma anche lui, a dare il colpo di grazia da Mentana pochi giorni dopo (“Sono molto tranquillo. Io sono qua e tutto è suo, questo microfono è suo… lui ha anche altre due reti. Io ho sette fratelli e neanche un giornale. Lei un solo fratello che ha 14 periodici”). Inizia la (breve) stagione dell’Ulivo.
E poi c’è il confronto che non c’è. Siamo nel 2001, storia recentissima. In quattro settimane il vantaggio di Berlusconi su Francesco Rutelli si assottiglia sempre di più. Il candidato del centrosinistra chiede di scontrarsi in diretta. Dall’altra parte c’è un rifiuto netto. Una scelta che pagherà, e che aiuterà il Cavaliere a tornare a Palazzo Chigi. Fino ad oggi. Ma questa è un’altra storia.
>> Il duello senza voce