Storia di una diversa concezione dell’umorismo
Se le vignette vanno da Maometto… i musulmani non ridono
di Anna Lisa Ratta
21/05/2006
È il 30 settembre 2005. Il quotidiano danese
Jyllands-Posten diventa eccezionalmente popolare con la pubblicazione di una serie di
caricature di Maometto, innescando polemiche che sfoceranno nelle manifestazioni violente del mondo islamico.
Le dodici vignette satiriche che raffigurano il Profeta dell’Islam – in una di esse compare con una bomba al posto del turbante – vengono pubblicate anche dal quotidiano norvegese cristiano
Magazinet e in tempi diversi anche su altre testate europee, facendo presto il giro del mondo. Infuriano le
polemiche: a febbraio l’apice delle
contestazioni del mondo arabo contro l’Occidente. E mentre l’Europa si divide tra chi sostiene la liceità della pubblicazione – in nome della libertà di stampa – e tra chi invece le ritiene offensive e blasfeme, nei Paesi arabi e in diversi stati europei in cui si conta una forte presenza di musulmani, cresce la protesta.
Alle manifestazioni inneggianti a Maometto che dichiarano odio sviscerato verso l’intera Europa, seguono le
dichiarazioni ufficiali dei politici europei. Undici ambasciatori di Paesi arabi in Danimarca chiedono con urgenza un incontro con il premier
Anders Fogh Rasmussen. Il primo ministro si rifiuta di riceverli ed afferma, proprio al quotidiano Jyllands-Posten, che non è suo compito “spiegare ad un gruppo di ambasciatori come funziona il nostro Paese”. Si schiera a sostegno dell’autore delle vignette la parlamentare di origine somala Ayaan Hirsi Alì, autrice della sceneggiatura del film Submission, costato la vita al regista
Theo Van Gogh.
Il Pakistan condanna le caricature, definendone la pubblicazione un “atto di
islamofobia” e altri Paesi, come Arabia Saudita, Siria e Libia richiamano i propri ambasciatori a
Copenaghen. Il
6 febbraio 2006, dopo le proteste dei giorni precedenti sfociate tra l’altro nell’incendio dell’ambasciata danese a
Beirut, il governo
libanese si scusa con la Danimarca. Il governo, in maniera unanime, respinge e condanna gli atti di rivolta
. Tra la fine di gennaio e i primi di febbraio crescono le polemiche e gli appelli al
boicottaggio dei prodotti danesi e norvegesi. Il
30 gennaio 2006 il personale volontario norvegese nella
striscia di Gaza viene evacuato. Il governo norvegese avverte i connazionali di non recarsi nei Territori dopo le
minaccie della Jihad islamica.
L’attacco all’ambasciata danese di Giacarta da parte di un gruppo di islamici all’interno della sede diplomatica spinge l’ambasciatore danese a rivolgere delle scuse formali. Proteste nella capitale indonesiana anche davanti alla sede del quotidiano
Rakyat Merdeka – Popolo indipendente – reo di aver pubblicato le vignette. Manifestazioni anche a Mogadiscio, in
Somalia, dove vengono bruciate bandiere danesi e norvegesi, e in
Giordania, dove i manifestanti chiedono la chiusura dell’ambasciata danese.
Scontri di piazza anche Beirut, in
Libano, dove circa 2 mila persone riescono a raggiungere il consolato danese e a dargli fuoco. A Trebisonda, in
Turchia, il sacerdote italiano
Andrea Santoro viene ucciso da un giovane fanatico, poi catturato il 6 febbraio. L’ondata di
violenza arriva in
Afghanistan, dove quattro persone restano uccise negli scontri.
In Europa anche il quotidiano francese France Soir e il tedesco Die Welt pubblicano a ruota le caricature e rivendicano la
libertà di stampa. Il direttore di France Soir,
Jacques LeFranc, viene licenziato per aver pubblicato le vignette – l’editore del quotidiano è l’uomo d'affari franco-egiziano
Raymond Lakah. Immediata la reazione da parte del segretario di Reporter senza frontiere,
Robert Ménard, che deplora il fatto che i regimi arabi non comprendano che vi può essere una separazione totale fra ciò che scrive un giornale e la politica del governo danese. In
Belgio alcuni giornali pubblicano le vignette, in forma integrale o in parte. In
Italia le vignette vengono pubblicate dai quotidiani
La Padania e
Libero, mentre altri media italiani decidono di pubblicarne una parte. Il ministro Roberto Calderoli, in questo clima di tensione, l’8 febbraio annuncia di voler indossare una maglietta con le suddette caricature. Il 15 febbraio, in un’intervista alla trasmissione
Dopo TG di
Raiuno, alla domanda del gionalista sulla
maglietta, il ministro fa il gesto di mostrarla facendola intravedere sotto la giacca. In
Libia si scatena un attacco al consolato italiano di
Bengasi, che viene saccheggiato e bruciato e negli scontri con le forze di polizia locale muoiono 11 manifestanti. L’Italia si rammarica degli incidenti e ringrazia il governo libico di avere operato per garantire l’incolumità dei nostri connazionali. Il governo italiano chiede le
dimissioni del nostro ministro, che le rassegna “per senso di responsabilità” il
18 febbraio.