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Dossier

Analisi della rappresentazione dell'occidente nella stampa araba

Oriente e Occidente: le vignette come strumento di potere


di Sandra Cossu
21/05/2006


IL RAPPORTO tra Oriente e Occidente è un argomento che, negli ultimi anni, ha inflazionato il mondo mass mediatico e letterario. E' stato trattato spesso con considerazioni frettolose e poco approfondite, dettate dalla necessità di fornire chiavi di lettura e spiegazioni “pronte per l’uso” agli eventi drammatici che hanno caratterizzato l’attualità. Questa relazione è stata osservata con l’ottica del cosiddetto orientalismo, ovvero della rappresentazione che noi abbiamo del mondo arabo e musulmano.

Lo scorso febbraio la cronaca di tutta la stampa mondiale è stata occupata, per numerosi giorni, dalla vicenda delle vignette su Maometto  pubblicate dal settimanale danese "Jyllands-Posten" e dalle reazioni  più o meno violente che si sono verificate, ovunque, nel mondo musulmano (che non è solo arabo). Ovunque riecheggiavano le parole fondamentalismo, integralismo, fanatismo, estremismo, termini spesso usati come sinonimi, spesi senza parsimonia e senza conoscere il loro vero significato (un’utile distinzione tra questi termini si può trovare in Gritti R., La politica del sacro. Laicità, religione, fondamentalismi nel mondo globalizzato, Guerini, Milano, 2004). La condanna al mondo musulmano è stata unanime, generalizzata ed estesa e, ancora una volta, le popolazioni di religione islamica sono state dipinte come violente e offuscate dalla religione.

Probabilmente, vicende come questa sarebbero comprese meglio se fossero accompagnate da una conoscenza più approfondita del mondo islamico e se qualche volta provassimo a metterci “dall’altra parte” per capire cosa si cela dietro fenomeni di questo tipo e soprattutto chi li manovra.

La satira e la sua strumentalizzazione sono state al centro di questo gravissimo episodio, che ha avuto come conseguenza anche il portare alla ribalta il discorso dell’umorismo arabo, utilizzato (forse anche inconsapevolmente) per fare semplicistici parallelismi, utili in questo frangente soltanto a giustificare i nostri pregiudizi e a rafforzare radicati stereotipi su questo mondo.

Vestire i panni dell’altro è un’utilissimo esercizio intellettuale se fatto indipendentemente da vicende specifiche. La politica dello humour, tesi di laurea di chi scrive, realizzata due anni fa (quando nulla faceva presagire gli eventi su riportarti) con la cattedra di Sociologia delle Relazioni Internazionali, ha come oggetto proprio questo argomento: la nostra immagine vista con gli occhi dell’altro; si propone di rintracciare quali siano gli stereotipi dell’Occidente che circolano nel mondo arabo e di capire se questi siano in qualche modo condizionati dalle relazioni internazionali tra i Paesi oggetto d’indagine e l’Occidente stesso. La ricerca è stata condotta attraverso l’analisi di circa 300 vignette di politica estera provenienti dalla stampa on line di sette Paesi Arabi, collocati geograficamente sia nell’area del Maghreb (Marocco, Tunisia, Egitto) che in quella della Penisola Arabica (Giordania, Arabia Saudita, Yemen e Qatar) .

L’indagine è durata un anno, dal mese di aprile del 2003 al mese di marzo del 2004. Quest’arco di tempo ha avuto come protagoniste due importanti vicende internazionali: la guerra in Iraq (scoppiata da appena 12 giorni, quando è partita la ricerca) e l’inasprimento del conflitto israelo-palestinese, dovuto soprattutto alla perdita di leadership di Arafat, alla Road Map e alla costruzione del famoso muro divisorio. Per alcuni versi, uno studio che si proponesse di scoprire qual’è l’immagine dell’occidentale nel mondo orientale, trovava terreno fertile in questa congiuntura storica, in quanto, come è noto, nei periodi di conflitto gli stereotipi proliferano e hanno una forte funzione cognitiva e culturale per la società, perché mettono in evidenza in modo molto chiaro valori e diversità. Tuttavia, per onestà intellettuale, si deve sottolineare che i dati raccolti potrebbero in qualche modo essere stati distorti ed enfatizzati da queste delicate vicende.

Nella descrizione dei risultati ottenuti è necessario esplicitare alcune considerazioni sulla realtà dei Paesi Arabi perché, solo calandoci a fondo in quelle che sono le dinamiche politiche, sociali ed economiche, ma soprattutto culturali, proprie di questo mondo si riesce a capire cosa si cela dietro le immagini delle vignette, un significato per niente scontato.

Prima di tutto, si deve assolutamente tenere conto della forte censura che attanaglia il sistema mediatico di tutti gli Stati che abbiamo considerato, censura che è molto difficile da smascherare in quanto velata da una legislazione che, apparentemente, sembra tutelare la libertà di pensiero e di parola (si veda per esempio Ayalon A., The press in the arab middle east, Oxford University Press, New York-Oxford, 1995; - Salah El Dine H., La presse en Egypte, 1995). Se si consultano fonti di letteratura grigia, quali per esempio i rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch la situazione appare drammatica; vengono denunciate pesanti limitazioni per la stampa: l’informazione non è indipendente, c’è un forte controllo governativo sui mass media, vengono spesso effettuate carcerazioni e multe per i giornalisti o i redattori colpevoli di aver pubblicato notizie non gradite allo Stato, i giornali vengono addirittura puniti con la cessazione dell’attività.

Stesso discorso si può fare per l’informazione televisiva. Infatti, la televisione è utilizzata come principale strumento di propaganda da parte delle autorità che, attraverso i telegiornali (che sono più che altro dei veri e propri bollettini), creano delle realtà completamente filtrate e modellate secondo le loro esigenze di potere (Della Ratta D., Media Oriente. Modelli, strategie, tecnologie nelle nuove televisioni arabe, Seam, Formello, 2000).

Ovviamente, la satira non è esclusa da questo discorso, pertanto, si può certamente affermare che le immagini veicolate nelle vignette sono rappresentazioni che al governo in qualche modo fa comodo far circolare.

Un dato che salta subito agli occhi, nell’analizzare il materiale a disposizione, è che l’Occidente è indissolubilmente legato all’immagine dell’America; raramente si parla dell’Europa; quando viene fatto, essa è comunque rappresentata in una posizione di inferiorità rispetto agli Stati Uniti, non ha un grande peso, soprattutto se ci si riferisce ad essa in termini di comunità internazionale o all’interno dell’ONU. La mancanza di rimandi all’Europa nelle immagini della stampa, non riflette il peso e la qualità delle relazioni che ci sono tra il mondo arabo e l’Unione Europea che sono, anzi, abbastanza intense e positive; tuttavia, queste stesse, sono improntate maggiormente sul versante economico, mentre da parte dell’America è forte anche il condizionamento politico e militare. Come è noto, la super potenza fin dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha fatto di tutto per estendere il suo dominio strutturale nella zona, non solo per fini economici (per il bisogno, sempre crescente, di petrolio), ma anche per fini strategici, data la necessità di sottrarre zone d’influenza all’impero sovietico. Gli Stati Uniti hanno un grande peso militare nella zona mediorientale, infatti, hanno fornito armi, attrezzature e competenze a molti Stati, tra cui principalmente l’Arabia Saudita, il Marocco, l’Egitto e la Giordania; inoltre, sono presenti con le loro basi militari in quelle Regioni e sono intervenuti in quasi tutti i conflitti che negli ultimi decenni hanno visto come teatro il Medio Oriente. Queste relazioni, non sono ovviamente improntate sull’equilibrio e la parità; la situazione è quella di una forte dipendenza degli Stati mediorientali dagli USA (e in parte dall’Europa) che elargiscono fondi e finanziamenti nelle casse dei regimi arabi per svariati miliardi di dollari.

Bisogna tenere conto anche del fatto che la dipendenza dall’Occidente non è solo di tipo economico, strategico e militare, ma la sua influenza arriva ad estendersi anche al campo dei valori. L’opinione pubblica araba si è fatta spesso portavoce di un disagio legato alla modernità e all’occidentalizzazione, alla necessità di preservare la propria cultura e diversità, di emanciparsi dall’imperialismo e dalle sue pseudo-forme moderne (a questo proposito si può fare riferimento a Al-Azm S.J., L’illuminismo islamico. Il disagio della civiltà, Di Renzo, Roma, 2002; - Al-Azmeh A., Islams and Modernities, Verso, London, 1993; - Ghalioun B., Islam e islamismo. La modernità tradita, Editori Riuniti, Roma, 1998. Inoltre, nelle realtà considerate, sono molto presenti e attive le componenti fondamentaliste; queste correnti, soprattutto quelle non violente (che sono la maggioranza, contrariamente a quanto si pensi), hanno una discreta presa sulle masse, sensibile al discorso religioso, che diventa un fortissimo collante sociale e garanzia della propria distinzione rispetto all’Occidente stesso.

I Governi arabi, pur impedendo la libertà di espressione e il libero dialogo politico, non possono ignorare queste realtà e le esigenze di cui si fanno portavoce, soprattutto quando provengono da élite e gruppi di potere delle loro stesse società. In molti casi, il potere politico arabo ha fondato la sua legittimità sui principi islamici e ha sfruttato (e continua a farlo) i simboli religiosi per un maggiore controllo sociale. Inoltre, gli stessi governi sono legati a un doppio filo con le autorità religiose, che hanno un’enorme influenza sulle masse; pertanto, da un lato il governo cerca di gestire e controllare questi opinion leaders, ma dall’altro ne ha un profondo rispetto e timore. La politica araba è un delicato doppio gioco con cui si cerca un equilibrio tra la connivenza con gli Stati Uniti e il rispetto di alcune esigenze culturali considerate imprescindibili dagli stessi gruppi di potere (su queste tematiche: - Bertrand B., I due stati. Società e potere in Islam e occidente, Marietti, Genova, 1990; - Owen R., State power and politics in the making of the modern Middle East, Routledge, New York-Londra, 2000).

Le vignette analizzate esprimono tutte queste problematiche: riflettono, da un lato, ciò che viene fatto credere all’opinione pubblica (ovvero l’indipendenza dei propri governi dagli americani che, anzi, sono così forti e indipendenti che si possono permettere di criticare l’America) e, in parte, ciò che essa preferirebbe sentirsi dire. La connivenza e amicizia con gli Stati Uniti, per questo motivo, non è mai esplicitata ma, anzi, prevale la critica verso generici governi arabi che si fanno sottomettere dagli americani, che sono i loro lacchè. Criticare i regimi amici dell’America è un modo implicito per sottrarre se stessi dallo stesso tipo di rappresentazione, come per dire “gli altri adulano gli USA, noi no”.

C’è da notare che la stampa dei governi che hanno legami più stretti con gli Stati Uniti è restia a parlare, comunque, di connivenza e assoggettamento anche da parte degli altri Stati arabi; per esempio, nelle vignette dell’Arabia Saudita non ci si riferisce mai di un asservimento anzi, piuttosto, gli americani sono in posizione di difficoltà rispetto a pericoli provenienti dall’Oriente; lo stesso vale per il Marocco, dove si preferisce sottolineare l’ingenuità, piuttosto che la sottomissione volontaria degli arabi, che credono di essere liberi ma sono stretti dagli artigli dello straniero; anche per la Giordania, gli USA sono rappresentati nell’atto di promettere libertà e democrazia come copertura per i loro interessi economici (soprattutto verso il petrolio).

In particolare, prevale l’immagine degli Stati Uniti come falsi e bugiardi, che sfruttano la sincera amicizia degli arabi, più che l’accusa ai propri regimi. Solo in Egitto sembra essere più esplicita la disapprovazione al proprio governo, nelle vignette provenienti da questo Paese non è difficile riconosce tra i fantasmini protagonisti, il presidente Mubarak; anche nello Yemen si può rintracciare una posizione più critica verso gli arabi amici degli americani, visti come governi che si offrono liberamente al dominio straniero.

L’immagine dell’americano è ovunque la stessa, la sua raffigurazione è negativa in tutte le vignette che abbiamo analizzato. L’America è rappresentata principalmente con tre personaggi (Bush, lo Zio Sam e il soldato), è vista come una nazione arrogante, subdola, bugiarda, violenta sia in termini strutturali che in termini militari; in alcuni Stati come l’Arabia Saudita e la Giordania viene messa in evidenza la sua egemonia nel campo del newsmaking, l’uso dei mezzi di comunicazione come strumento di guerra e  come veicolo per diffondere l’occidentalizzazione.

La critica verso gli USA diventa ancora più esplicita quando se ne parla in relazione allo Stato israeliano, visto l’enorme impatto che ha avuto la guerra israelo-palestinese nell’immaginario dell’opinione pubblica araba. Questo conflitto sembra avere un peso molto maggiore rispetto a quello iracheno; di quest’ultimo in alcune nazioni, addirittura, non se ne parla o lo si fa in modo molto marginale. In questo contesto non è l’America a pilotare e controllare Israele quanto, piuttosto il contrario: gli americani vengono usati e mossi dagli ebrei come delle marionette non solo per avere rifornimenti di armi, ma anche per avere protezione, rispetto ai loro soprusi, di fronte alla comunità internazionale o all’ONU. Lo stereotipo dell’ebreo è reso sia attraverso l’immagine di Sharon, grasso, opulento e cattivo fino a diventare una specie di mostro, sia con quella dell’ebreo generico, nella maggior parte dei casi identificato attraverso la stella di David, le treccine e la kipa sulla testa. Molto spesso, gli israeliani sono raffigurati solo attraverso le armi, quasi a voler mettere in evidenza la mancanza di un animo, fino a volerli quasi disumanizzare. Non c’è nessuna vignetta dove lo Stato ebraico venga rappresentato in una situazione pacifica: se non è legato ad immagini di violenza fisica ed armata, è comunque legato ad immagini di violenza strutturale, mentre sfrutta le armi della diplomazia per far prevalere le proprie posizioni.

Un’ulteriore osservazione che si può fare è che nelle immagini (tranne per l’Egitto) non sono mai rappresentati in maniera esplicita personaggi reali che si riferiscono alla politica interna araba. Non viene mai raffigurato un re o un presidente ma si preferisce riferirsi ad essi in modo indiretto, specialmente quando si parla dei conflitti. Gli unici personaggi orientali reali presenti appartengono alla leadership palestinese, soprattutto Arafat e Abu Mazen. Sono di gran lunga superiori le vignette dove ci sono come protagonisti solo gli occidentali (includendo tra di essi anche gli israeliani), che quelle dove ci sono occidentali e orientali insieme. Questa caratteristica potrebbe essere ricondotta alla teoria del meccanismo di formazione degli stereotipi per cui l’ingroup  in un certo qual modo sottrae se stesso dalla stereotipizzazione e immagina, invece, l’outgruop, con pochi tratti di identificazione. Ma potremmo spiegarla anche con il fatto che sembra volersi porre l’accento più sulla critica agli occidentali che non sulla rappresentazione degli orientali stessi.

Le nostre vignette ci raccontano di uno “scontro di civiltà” legato esclusivamente all’argomento guerra, sia nel vero e proprio senso della parola, sia in senso lato, ovvero nel diverso approccio ai conflitti che le due realtà avrebbero. Non è presente, se non in rarissimi casi, una contrapposizione in termini dicotomici tra le due culture; lo scontro avviene per motivi precisi, che sono quello della guerra in Israele e quello della guerra in Iraq. Diverso sarebbe, però, il modo di affrontare le controversie tre le due parti, perché per gli americani e gli israeliani la violenza sarebbe vista come qualcosa di voluto, di sadico, una specie di divertimento, (in molte vignette sembra che usino le armi con la stessa facilità e lo stesso spirito di un gioco), mentre per gli arabi la violenza sembrerebbe necessaria, sofferta, nata da grandi tragedie, da un forte senso di dignità, e non appare mai una violenza che si presenta con le stesse armi di quelle americane o israeliane: la loro vera forza non risulterebbe data da armi sofisticate, ma sarebbe rappresentata dalla forza d’animo, dalla propria volontà, dal vigore della propria civiltà. Questo dato potrebbe essere quello maggiormente influenzato dai conflitti in corso durante il periodo di rilevazione, anche se dai significati universali che vengono veicolati in numerose vignette, o dall’analisi di quelle immagini che non trattano l’argomento guerra, si può supporre che anche in periodi meno “eccezionali” le critiche e le immagini negative non manchino.

Un risultato assolutamente inaspettato, se si considerano i luoghi comuni che circolano rispetto al rapporto tra Oriente e Occidente, è che non è mai presente un’opposizione in termini religiosi, sia per quanto riguarda gli israeliani, sia per quanto riguarda gli occidentali. Raramente viene citato Allah o si parla di qualcosa che abbia un collegamento con l’Islam.

Per concludere, le vignette analizzate ci restituiscono degli stereotipi chiari e ben delineati, unanimi e generalizzati in tutto il mondo orientale. In particolar modo, è presente la rappresentazione dell’Occidentale mosso unicamente da motivi di tipo economico e materiale, incapace di rispettare la parola data, che mente per coprire le proprie motivazioni, e che è perdente nel momento in cui si scontra con una realtà in cui, invece, prevale il lato umano, in cui le guerre sono guerre mosse dalla dignità, dal desiderio di indipendenza e libertà.

Ciò che di più importante è emerso da questo studio è il discorso dell’influenza dei rapporti che i singoli Stati hanno con l’Occidente, sulla rappresentazione di quest’ultimo nella stampa araba. Abbiamo cercato di chiarire quanto questo argomento sia complesso e di evidenziare che, apparentemente, viste le critiche e l’immagine indiscutibilmente negativa che viene data del mondo Occidentale, potremmo pensare che i rapporti economici, politici e militari (forti e positivi in tutti gli Stati oggetto della ricerca) non influiscano. In realtà, ad un’analisi più approfondita della complicata situazione dei giochi di potere che vige negli Stati arabi, diventa palese quanto, invece, queste relazioni abbiano un peso molto determinante; infatti, permettere alla stampa di veicolare questa immagine negativa, rappresenta per i regimi amici degli americani, un modo di offrire una valvola di sfogo (assolutamente innocua per loro), ad un’opinione pubblica fortemente critica nei confronti della perdita di valori e di indipendenza dell’Oriente. Dunque, non solo una sorta di contentino, che gli stessi governi danno al proprio popolo ma, soprattutto, una vera e propria copertura della loro reale politica, per poter continuare, indisturbati, la loro connivenza con il grande potente americano.

stampa
riferimenti >> Quando Bush sogna Bin Laden e si sveglia tutto sudato

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