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Opinioni

L'Icann non basta, serve una Carta dei diritti della Rete


Maurizio Zammataro: "La Rete ha bisogno della politica, la politica non può sfuggire alla Rete"


di Massimiliano Nespola e Rachele Giudice
11/11/2005

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audioAscolta l'audio dell'intervista a Zammataro ( File .WMA - Size: 692 Kb )


Maurizio Zammataro è responsabile ICT dei Verdi. È l’autore della proposta di creazione di un blocco sociale dell'innovazione promossa da Carlo Formenti e Franco Bifo Berardi che ha aperto nel mondo ecologista e nei Verdi in particolare una profonda riflessione sulla natura della rappresentanza delle istanze ecologiste, che non possono limitarsi alla difesa dell'ambiente.
Mediazone l'ha intervistato in merito al vertice Onu che si svolgerà a Tunisi dal 16 al 18 novembre, in cui si parlerà dei poteri dell’Icann, l'organismo statunitense che gestisce i domini web di tutti il mondo e di cui l'Unione Europea contesta l'autorità.

A Tunisi, dal 16 novembre, si terrà un vertice Onu sul tema della gestione dei domini internet. Si discuterà la possibilità di cambiare la normativa attuale, che prevede una forte concentrazione di poteri nelle mani dell’Icann, un organismo statunitense. Come andrà a finire questo vertice?

Il World Summit on Information Society delle Nazioni Unite pone il tema di internazionalizzare il governo della rete, cioè di decidere che cosa può circolare su Internet, e di come gestire le risorse di Internet. Oggi assistiamo a tre posizioni profondamente in contrasto tra loro: gli Usa che vogliono mantenere l’Iccan così com’è, cioè un istituto di diritto privato afferente al dipartimento di Stato americano; abbiamo paesi autoritari, che chiedono il controllo di internet per poter ancora più facilmente peggiorare la qualità della vita dei loro cittadini: si citi la Cina, l’Arabia Saudita, l’Iran; c’è poi una posizione intermedia, che noi speriamo vinca, quella dell’Unione Europea, che immagina il mantenimento e l’internazionalizzazione dell’Iccan, ma anche la creazione di un forum mondiale che metta insieme governi, società, imprese, società civile, autorità locali, per costruire un luogo condiviso e aperto dove decidere dei destini di internet.

Il tema è connesso con l’ipotesi avveniristica di una Costituzione di Internet. Stefano Rodotà individua alcuni fondamentali diritti da tutelare in essa: diritto di accesso, diritto al riconoscimento di beni comuni, diritto all’utilizzazione, diritto alla conoscenza, diritto alla privacy. Qual è lo stato attuale rispetto a questa apertura democratica?

Noi abbiamo lanciato un “sasso nello stagno” prima di Tunisi: il prof. Rodotà, Fiorello Cortina, Gilberto Gil, ministro della cultura del Brasile, hanno lanciato un appello internazionale per costruire la Carta dei diritti della rete, uno strumento che sia da riferimento per tutti i cittadini della rete di Internet, che siano albanesi, cubani, italiani. Un comune riferimento culturale, un comune riferimento di diritti, perché oggi si decide questa grande questione, e noi speriamo che si costituisca il forum mondiale capace di mettere all’ordine del giorno questo grande tema: che in tutto il mondo il diritto all’accesso sia garantito, che sia garantito il diritto alla privacy, che nessuno possa finire in carcere se distribuisce un documento governativo, come è successo pochi giorni fa, che ovunque debba essere garantito il bene comune della conoscenza. Oggi, in Italia, si rischiano quattro anni di carcere se ci si scambia un libro, un film, una canzone: un fatto grave che riduce le potenzialità di internet e dei suoi cittadini. Speriamo che dall’assemblea di Tunisi venga un messaggio chiaro verso la tutela di questi diritti.

Secondo lei, quanta attenzione è rivolta a questi temi dal mondo della politica?

Mentirei se dicessi che c’è una grande attenzione. Ma ce ne sarà sempre di più, perché gli assetti del Paese, la competitività, la possibilità per i cittadini di avere nuovi diritti passano sempre di più attraverso il digitale, la rete e le nuove possibilità offerte da questi strumenti, che rivoluzionano ciò che toccano. Non sono un comparto in più, ma un universo con cui presto la politica dovrà fare i conti.
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