“La Tv della parola? A volte vorrei la tv del silenzio"
Alessandro Bergonzoni: "Il rischio è confondere costume e società con cultura e sociale: prima si conosce, poi si comunica"
La Tv della Parola: questo il tema dell'incontro che Maurizio Costanzo, ha organizzato nella prestigiosa cornice di Villa Miani, a Roma.
Qual è il ruolo della parola, quali sono i fattori di aggregazione per il pubblico televisivo, quali sono i personaggi capaci di parlare e, soprattutto, di ascoltare il pubblico: a queste domande si è tentato di rispondere durante il dibattito che ha visto la partecipazione di personaggi come il Presidente del Gruppo Mediaset Fedele Confalonieri, il Presidente dell'Accademia della Crusca Francesco Sabatini, il direttore creativo di Mediaset Mirko Pajè, il presidente dell’Upa Giulio Malgara, la presentatrice di Mtv Camila Raznovich e molti altri.
Tra tutti questi personaggi gravitanti attorno al mondo della televisione, c’era anche una voce fuori dal coro: quella di Alessandro Bergonzoni, uno che con il piccolo schermo ha sempre avuto poco a che fare.
E che sulla "comunicazione" ha un idea ben precisa
Durante il tuo intervento sei andato un po’ contro corrente rispetto alla maggioranza dei relatori del convegno: qual è il bilancio su “La tv della parola”?
“Io non amo dire che sono andato “controcorrente”: diciamo che sono andato in un’ “altra corrente”, quella della voglia di ristabilire la parola. Quando e se qualcuno parla di parola.
Se non si fosse parlato di “parola” e “televisione” io non avrei fatto tutto quello sproloquio che ho fatto. Ma visto che invece il tema era proprio questo, ho dovuto farlo.
E’ come se io corressi in automobile da hobbysta e andassi a dire in giro che corro nei gran premi e che sono uno sportivo: se io facessi qualcosa di questo genere, ci dev’essere qualcuno che che mi deve fermare e mi deve dire: “Tu non sei un pilota”.
Tornando all’incontro, c’è da dire che ho notato un po’ di aziendalismo: io sono venuto solo per Maurizio Costanzo, che mi ha lanciato una sorta di sfida. Mi ha detto: “Cerca di andare a parlare una volta in un posto dove non sei atteso, dove l’uditorio non è predisposto, dove non la pensano tutti come te”.
Non potevo rifiutare, e così ho deciso di partecipare per raccontare la paura che ho della televisione: e devo dire che dopo questo dibattito la paura si è violentemente acuminata.
Ho ascoltato un paio di persone che, viste del vivo, non hanno niente a che vedere con chi fa le parodie sui giornali o sulla televisione stessa: ho toccato con mano qualcosa di molto più forte.
Ho visto con i miei occhi che abbiamo a che fare con gente che non solo ci crede fortemente, ma che crede che ci credano tutti.
Adesso faccio un paragone inesatto, ma è solo a titolo esemplificativo: se vai da un generale che ti dice: “Adesso ti faccio vedere come porto alla guerra i miei soldati”, tu risponderai: “Ma lo so come fate, lo so come siete fatti: siete militari”. E invece no. Tu devi andare a vedere come fa, perché se vedi con i tuoi occhi come fa, ti sposti su un altro piano, su un’altra dimensione.
Qui c’è stato un gravissimo problema: c’è stata una confusione concettuale impressionante.
Confusione sul concetto di “giovane”, confusione sul concetto di “realtà”, confusione sul concetto di “libertà”, di “felicità”: se questo era un incontro su “la parola”, secondo me non ci siamo proprio.
Se poi si vuol parlare di bumper, sponsor, finanziamenti, mi va benissimo: basta che questo non venga definito come un incontro su “la parola”.
Nel tuo discorso hai anche affermato che comunicare è diverso da conoscere, intendendo con questo che la conoscenza implica un’esperienza più approfondita, più precisa, più “intellettuale”. Quindi conoscenza e comunicazione sono destinate a rappresentare due entità differenti, profondamente scisse che non entrano e non entreranno mai in contatto?
Sarebbe fondamentale che comunicazione e conoscenza entrassero in contatto, ma i termini vanno invertiti. Prima si conosce, poi si comunica. Una volta che hai veramente conosciuto, che hai veramente imparato a studiare e conosci profondamente Gandhi e Ungaretti, allora comunichi Gandhi e Ungaretti. Altrimenti non puoi farlo, a meno che tu non dica apertamente: “Io non voglio comunicare conoscenza. Voglio comunicare e basta”. E questo è il regno dei pubblicitari, che a me va benissimo. Però che i pubblicitari restino lì, nel loro mondo. Non voglio sentir parlare di arte della pubblicità, non voglio sentire nessuno che si entusiasma nel dire che alla gente è rimasto impresso “Miguel son sempre mì” o che la pubblicità di un tal prodotto è rimasta nella storia.
Quelli sono slogan.
Non confondiamo costume e società con cultura e sociale.
Lasciamo tutto ciò ai Cocuzza e alla Parodi: lì questa confusione è lecita.
Ma in un dibattito su “La tv della parola”, questa confusione non doveva esserci.
Penso che sia giusto credere che oggi “tv e parola” corrisponda a “chiacchiere e televisione”: e io no ho nulla contro le chiacchiere. L’importante è che nessuno me le vesta con altri abiti.
In questo dibattito non si è mai parlato di poesia, di surreale, di trascendentale: queste sono le parole. Le parole sono un iceberg, e noi vediamo solo la punta: ma cosa ci interessa della punta?
E’ tutto quello che c’è sotto che crea la potenza della parola: avrei voluto approfondire meglio questo aspetto anche con Maurizio Costanzo, ma lui interrompeva spesso, anche con una bella impazienza.
Ho trovato un Costanzo non più maturo, ma più duro: mi ha fatto piacere, non l’ho mai visto così impaziente. Questo forse è un segnale che qualcosa potrebbe cambiare.
Molti hanno parlato dell’importanza del silenzio: ecco, se la televisione sapesse tacere davanti alla morte di un Papa, davanti alle Guerre, davanti a tante altre situazioni, noi vedremmo solo delle immagini e ci faremmo anche una cultura.
Se c’è questa mediazione da “boccale di birra”, allora io preferisco andarmene all’”Oktober Fest” piuttosto che guardare la televisione. Non ci aggrediscano se li aggrediamo: nessuno mi deve parlare di eroi nel calcio, perché se dopo io vedo Calipari, non capisco più se è un eroe veramente o no, e magari penso a Totti.
Dobbiamo parlare di “sofferenza” riguardo ad una partita di calcio?
E allora a me cosa interessa se c’è la guerra?
Il concetto di “sofferenza” in questo modo è stato ucciso: la parola è fondamentale per il suo significato. Le parole non sono parole, sono concetti.
E se qualcuno mi parla di Giorgio Gaber, mi dice “La libertà è partecipazione” e poi mi fa vedere Italia 1, permettete che io possa anche infastidirmi.