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Opinioni

Reality, eutanasia, religiosità: tutto fa brodo in tv?


Intervista a Giuseppe Feyles, dirigente Mediaset e autore de “La televisione secondo Aristotele”, un libro controcorrente rispetto ai saggi sulla tv



di Salvatore Ditaranto
11/10/2006



Professor Feyles  non pensa che per i detrattori della tv sia stato un duro colpo vedere associare alla parola televisione il nome del filosofo Aristotele?

La televisione, oggi, è un fenomeno della cultura di massa paragonabile a quello che era nell’antichità il teatro studiato da Aristotele in questa opera straordinaria che è la Poetica. Ci sono delle analogie, ma anche enormi differenze, però in questa opera si possono rintracciare delle linee, dei criteri per capire alcuni fenomeni della tv.

Uno dei passi più importanti è quello in cui lei parla dei reality. Aristotele a proposito del teatro scriveva che i personaggi devono suscitare “terrore e pietà”. Spesso noi sentiamo questi due sentimenti associati in modo negativo ai reality, specie a quelli più estremi e alle immagini che vengono trasmesse. D’altro canto leggiamo nel saggio di Steven Johnson “Tutto ciò che fa male fa bene” che i reality stanno sviluppando una sorta di intelligenza sociale e che non si tratta di mero voyeurismo.

La televisione di oggi fa leva sulle emozioni, un po’ quello che MacIntyre chiamava “l’emotivismo”, cioè il prevalere dell’emozione che finisce per essere dominante sui valori cognitivi che potrebbero essere trasmessi dal mezzo televisivo. Quindi tra le emozioni su cui la televisione fa leva, naturalmente la pietà e la compassione sono sicuramente quelle fondamentali. Anche il terrore, però con qualche differenza, perché la televisione ha paura a mostrare l’aspetto tragico della vita; sostanzialmente ha una funzione di evasione, ma in certi suoi programmi, in certe sue parti e in alcuni programmi informativi non esita a presentare la catastrofe, il dramma estremo, il terrore che viene dalla morte improvvisa, dalla morte a tradimento. Questo lo abbiamo visto benissimo sia dopo l’11 settembre ma anche andando più indietro quando la televisione ha documentato la tragedia di Vernicino. Ricordo 20 ore di diretta da quel posto in cui si stava consumando una tragedia, un dramma che ha tenuto incollato gli spettatori. Per che cosa? Per questo senso di terrore incombente. Quindi la televisone, rispetto a questa seconda passione come direbbe Aristotele, a questa seconda emozione ha un atteggiamento più contraddittorio. E questi sono sentimenti utilizzati molto nei reality, ma non solo dai reality.

Lei afferma che la Tv è un “total media”, un mezzo di comunicazione che crea un mondo del quale è quasi impossibile non fare parte. Eppure alla fine conclude che non tutto riesce ad entrare nella tv: come la religiosità o il tragico. Potremmo dire che è un limite o fa parte della natura del mezzo?

Non bisogna demonizzare la tv perché non riesce a raccontare cose che strutturalmente  probabilmente non può raccontare. Quando due persone si incontrano possono guardarsi negli occhi, parlarsi, comunicarsi delle esperienze nel modo in cui non riescono a fare davanti alle telecamere. E così questo modo di comunicare che hanno gli uomini di oggi che è quello televisivo funziona bene per certi aspetti dell’esistenza umana ma meno per altri. Secondo me soprattutto la religiosità è il fenomeno meno correttamente trasmesso dal mondo televisivo,  perché la tv la riduce a moralismo, in regole morali senza cogliere la tragicità che c’è nella dimensione religiosa. E lo vediamo molto bene con l’Islam dove tutto è ridotto a una questione politica, a una questione di strategia e non si riesce a cogliere in profondo quali sono i cambiamenti che l’umanità sta attraversando. Cambiamenti che hanno motivazioni religiose ma che attraverso il mezzo televisivo non si riescono a cogliere.

In questi giorni stiamo assistendo ai collegamenti in diretta dalla casa di Piergiorgio Welby che sta chiedendo un dibattito politico sull’eutanasia. La tv può aiutare ad aprire uno spazio informativo su un tema delicato qual è l’eutanasia

Certamente sì, perché davanti agli occhi di tutti certe situazioni pur essendo particolari, quindi individuali, hanno una valenza, un valore universale, esemplare. La forza della televisione è  proprio questa capacità di prendere dei casi singoli, che però hanno un valore per tutti. Questo è quello che faceva il teatro antico,  quindi da questo punto di vista ha una funzione molto utile. Diverso è poi il discorso su come si porta avanti il dibattito. E qui si può essere critici sulla mancanza di approfondimento, sulla superficialità che accompagna la proposizione di questi temi.

Nelle settimane precedenti c’è stato un dibattito, strettamente televisivo, sui comportamenti del pubblico e in generale sui palinsesti.  Per utilizzare un suo termine, in che stato di salute sono le liturgie televisive?

Stiamo assistendo ad una situazione che è sempre stata così: i comportamenti delle audience per molti aspetti non sono prevedibili, mentre lo sono per altri. Assistiamo a fenomeni di successi di serie o di singoli speciali a volte casuali e spesso fortuiti e a dei flop che sulla carte sembrano molto forti. Quindi è facile fare le analisi a posteriori, mentre a priori per chi come noi fa la produzione televisiva, c’è una certa consuetudine nel considerare che certe cose funzionano e certe cose funzionano meno, ma è soltanto alle 10 di mattino, quando escono i dati si ha la conferma di quello che è successo. Secondo me è vero che la tv seriale ha certi aspetti di crisi, ma è vero anche che la serialità resta fondamentale perché la televisione moderna è un’industria che si basa non tanto su un prodotto singolo ma su uno seriale che viene mandato tutti i giorni, tutte le settimane con costanza e che crea attenzione e quindi un ascolto continuato.
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