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Opinioni

Il giornalismo? Si impara sul campo


Corrado Augias ci parla del mestiere di scrivere


di Massimiliano Nespola e Francesco Campisi
21/11/2005

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Giornalista e scrittore, Corrado Augias ha trascorso molti anni all'estero. Parigi prima, poi New York. È stato inviato speciale per L'Espresso, Panorama e la Repubblica, quotidiano al quale attualmente collabora. Nei primi anni '60 ha partecipato al movimento dell'avanguardia teatrale romana con il Teatro del 101 diretto da Antonio Calenda, per il quale ha scritto Direzione Memorie e Riflessi di conoscenza. Al teatro è tornato in anni più recenti con L'Onesto Jago, messo in scena dal Teatro Stabile di Genova. Per Rizzoli ha pubblicato Quel treno da Vienna, Il fazzoletto azzurro e L'Ultima Primavera. Da questi romanzi sono stati liberamente tratti tre film-tv andati in onda su Raidue. Per Mondadori ha scritto Giornali e spie. Inoltre, insieme a sua moglie Daniela Pasti ha scritto il romanzo Tre colonne in cronaca. La sua attività di giallista è proseguita con Telefono giallo. Sette delitti quasi perfetti, Una ragazza per la notte e Quella mattina di luglio. Suoi anche i saggi racconto I segreti di Parigi, Il viaggiatore alato, Storia e leggenda di Amedeo Modigliani, I segreti di New York, I segreti di Londra e il recente I segreti di Roma (2005). Tra i programmi televisivi, la serie di Telefono giallo, il programma di libri Babele e l’ultima edizione di Enigma.

Corrado Augias, in che senso l’arte, secondo te, è tutto un dettaglio e quindi bisogna stare attenti a cogliere i significati che essa produce?

Mio Dio, che domande difficili mi fai…io sono solo uno che scrive libri…Penso di interpretare questa frase (che, tra gli altri, mi pare l’abbia detta Alberto Moravia in questo modo: perché si sia arte ci dev’essere anche fatica, cura, artigianato…Non solo quello ma anche quello…non ci dev’essere approssimazione, facilità…bisogna impegnarsi. Gli americani, in maniera molto pragmatica, dicono che l’arte è 5% inspiration 95% perspiration, cioè 5% ispirazione, 95% sudore…

Quindi un discorso che un giovane che studia giornalismo potrebbe applicare anche al giornalismo. Cosa ne pensi del giornalismo come prodotto anche artigianale oltre che industriale, come mestiere che si impara sul campo?

Si impara solo sul campo. Naturalmente, attenzione, perché è facile dire una cosa del genere: per fare il giornalismo, soprattutto di reportage, e quindi cronaca, magari internazionale, bisogna poter stare sul campo, sperimentarsi, scrivere di fretta, dunque aver capito rapidamente quali sono i due, tre punti da fare emergere, che danno il colore, qual è la notizia vera, magari nel marasma in cui uno è immerso. Però, detto questo, non è finita: a questo bisogna aggiungere ciò che uno è, ciò che uno porta sul campo dentro di sé, e che gli permette di cogliere la realtà. Sai. C’è una famosa frase, una battuta di un grande artista, mi pare che fosse Garcia Marquez: “Quanto ci ho messo a scrivere un romanzo? Ci ho messo poco: un mese, più sessantadue anni!”. Era l’età che aveva in quel momento.

Tu dai quindi dai delle valutazioni ottimistiche per un giovane, che (sul lavoro, ndr) deve metterci l’anima, il suo modo di essere. E poi?

E poi, sai, il giornalismo è un mestiere empirico…All’inizio, nel giornalismo, più che andare, si viene portati, si è portati dalle circostanze, le occasioni, la fortuna, una cosa che capita. Uno magari prima pensa di fare un cosa e poi si trova a farne un’altra. Il lato positivo è che oggi non bisogna pensare solo al giornalismo de “La Repubblica” o “Il Corriere della Sera”, e qualche altra testata. Oggi le vie del giornalismo, come quelle della provvidenza, non dico che siano infinite, ma sono molto più numerose di quelle che c’erano quando ho cominciato io.
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