Intervista con Giorgio Bocca
Focus sui nostri tempi e sul ruolo dei media con il decano dei giornalisti italiani.
Una via privata, tranquilla, nel cuore d'una Milano più piatta e grigia che sempre. Una casetta a tinta chiara, bassa e anonima, semisommersa dai palazzoni dell'ex città più operosa d'Italia. Dove il parco pubblico - ribattezzato alla memoria di Indro Montanelli - rimanda dagli altoparlanti, piazzati sugli alberi stenti, ruggiti e barriti degli animali della foresta, per distogliere i meneghini dal trantran della giungla d'asfalto.
«Mah, a Milano si fanno delle cose, a volte...».
Dietro al tavolone cosparso di fogli che rimandano i titoli del giorno, il decano dei giornalisti italiani giochicchia con un paio di forbici. La maglia colorata s'alluma sulla camicia celestrina alla pocaluce che filtra nel soggiorno. La voce, un soffio quasi, traduce una vena polemica ancora capace d'accendersi per i fatti dell'oggi. Forse per la natura di piemontese pedemontano. Per la vecchia militanza resistenziale e giornalistica giellistica rimasta incollata all'uomo trapiantato nell'ex capitale morale d'Italia. Al professionista travasato dal giornalismo alla storia.
Bocca, come si passa dal trattare la notizia, di per sé usa e getta, alla materia storica, che lavora sui tempi lunghi? Qual è la molla che ad un certo punto è scattata?
«Per me è stata fondamentale l'esperienza dell'Europeo. Perché il settimanale ti obbliga a fare del giornalismo letterario e siccome non sai mai cosa capiterà quando il giornale sarà in edicola, devi sempre fare un pezzo che possa sopravvivere alla quotidianità. E anche che possa tenere assieme tante cose: la notizia, l'ambiente, lo sfondo. Quello mi ha aiutato molto, perché mi ha rivelato le qualità di narratore che non avevo mai usato, o usato poco».
Dopo Montanelli, ti sei misurato più di ogni altro giornalista contemporaneo con la scrittura storica. Nella tua produzione c'è la resistenza, il terrorismo, comunismo e fascismo. Questa tradizione oggi appare appannata, o “ad usum delfini”, sulla carta stampata e non. C'è una ragione particolare o sono altri i media più adatti a raccontare la storia, come la tv, oppure internet?
«Quando ho cominciato a scrivere di storia ho dovuto farlo contro la casta degli storici che mi hanno ostacolato e diffamato in ogni modo. Io avevo un interesse personale a riscoprire il periodo che avevo vissuto: la guerra, la resitenza, la rifondazione della democrazia. Mi pare che sia stato possibile farlo in modo decente, la mia biografia di Togliatti non l'ha smentita nessuno. Certo, non bisogna scrivere di storia in maniera diffamatoria, se uno non capisce le ragioni profonde del comportamento di Togliatti lo riduce a un assassino e non si fa della buona storia. Se i giornalisti che oggi fanno storia sono pochi o nulli, si vede che è un campo che non rende. Quel che rende molto sono libri scandalistici, fantapolitici».
Ma esiste la storia o esistono le storie?
«Secondo me esiste la storia, un nucleo storico c'è, ciò che è accaduto non lo si può cambiare. Sulla resistenza, ad esempio, si possono fare dei discorsi marginali, ma il fatto che per la prima volta in Italia ci sia stata una guerra di popolo, una mobilitazione popolare, non puoi fare finta che non esista, dire che non c'è. Questo è all'origine della mia polemica con Giampaolo Pansa. Si commette un grave errore storico sminuendo la resistenza, reputandola un fatto minoritario. Invece è stato un fatto inedito nella storia italiana, di dimensioni molto grandi».
Davanti al gran ciambellano Vespa, dopo il suo viaggio in Israele, Gianfranco Fini ha spiegato il suo gesto dicendo che è tempo di separare la politica dalla storia. Un po' come quell'adagio giornalistico che vuole i fatti separati dai commenti per essere buttati via. Al di là delle strumentalizzazioni e delle pulsioni da leader, è davvero venuto il tempo per rimescolare tutte le carte o certi paletti vanno mantenuti?
«Appunto, se si ha rispetto per la verità e la responsabilità è possibile sempre stabilire un fondo di attendibilità. Se si racconta la rivoluzione francese fermandosi ai delitti e alle stragi senza vedere che alla fine si è realizzato un progresso dell'umanità, è un modo sbagliato di fare la storia. Così andare lì a fare un libro come quello di Pansa sulle persecuzioni patite dai fascisti subito dopo la guerra è sbagliato anche come metodo storico. Intanto perché non è mai stata fatta un'inchiesta, in secondo luogo si confondono le punizioni operate dai partigiani con quelle della popolazione civile, che erano la maggioranza. Nel momento della liberazione quelli andati a piazzale Loreto sono stati i milanesi comuni, mica i partigiani. La famosa scena dei cadaveri appesi al distributore di benzina, rappresentata come esempio di crudeltà, era dovuta in realtà al fatto che la folla premeva e l'unico modo per fermarla era di fargli vedere i corpi. Su queste cose bisogna andarci molto piano, non fare delle speculazioni, insomma».
Perché Pansa ha voluto scrivere un libro come “Il sangue dei vinti”, utilizzando per di più lo stesso incipit, rovesciato, di un suo precedente libro di segno opposto? Per i soldi? Perché si è voluto aggregare al carro dei vincitori?
«Pansa è un uomo imprevedibile. Non è la prima volta che combina scherzi del genere. Quando era alla Stampa faceva il giornalista della maggioranza silenziosa. Ricordo un processo a Roma su piazza Fontana. Io e la Camilla Cederna davanti, lui dietro a sfottere e fare ironia sulla strategia della tensione. Era quella roba lì, faceva l'uomo della polizia, poi è diventato ultracomunista. Un uomo imprevedibile. Credo l'abbia fatto per motivazioni personali, è uno che non riesce ad arrivare mai al generale, al bene comune, segue sempre i suoi umori. In questa vicenda poi contano molto le cose personali, il fatto che non l'abbiano fatto direttore dell'Espresso, che i suoi libri precedenti non andassero bene. Ma io non ho polemizzato sul libro, sono intervenuto sul fatto politico, perché non si rende conto che scrivere un libro così mentre Berlusconi sta mettendo in piedi il suo regime significa non capire nulla, o essere politicamente degli irresponsabili».
Veniamo alla storia dell'oggi. Tra i tuoi ultimi libri ce n'è uno, Piccolo Cesare, dedicato appunto a Silvio Berlusconi. In un reame di lillipuziani anche un piccolo Cesare può sembrare un colosso. Cosa ha portato e cosa lascerà? Il suo è un regime videocratico nuovo nella scienza politica del XXI secolo o semplicemente una “compagnia della forca” attenta alle proprie saccocce e destinata a sciogliersi come neve al sole?
«Berlusconi è portatore di qualcosa di nuovo ma che non è farina del suo sacco: dell'America ultraconservatrice e dell'economia globale. Ha interpretato la modernità, anche se in modo pessimo. Vedi ad esempio le osservazioni che ha fatto sulla stampa dicendo che non conta niente, conta solo la televisione: è una cosa di una bassezza, di una mediocrità totale. Lui è un uomo scadente, diciamolo pure. Al confronto Mussolini era un genio gigantesco. Certo per vendere dei prodotti scadenti servono televisione e pubblicità, ma per fare politica non si può fare a meno dei giornali, a meno di non finire come la società americana, incapace persino di produrre un partito di sinistra, un'opposizione. Anche la sua mancanza di cultura e di senso storico, poveretto, si vede che non ha mai letto un libro di storia. La storia non insegna ad agire, ma dà lezioni per capire gli errori. Lui non ne capisce nessuno, è molto deludente nella sua mediocrità».
Hai fatto anche televisione, proprio sulle reti Fininvest, dunque chiederti un parere sulla Gasparri bocciata da Ciampi è scontato ma d'obbligo. Si tagliano posti o fette di libertà? E davvero i giornali sono finiti perché le massaie non li leggono o c'è ancora spazio per quello che Piero Ottone chiamava il buon giornale?
«Detesto Berlusconi anche perché è un falsario, il giornalismo della carta stampata non ha mai avuto tanto successo come adesso: si stampano 5 milioni di quotidiani che in realtà rappresentano 15 milioni di lettori. Dunque come mezzo di informazione politica sono importantissimi, molto più della tv, perché la carta stampata è un mezzo più forte dell'immagine e della parola. Di tutti questi dibattiti televisivi non resta nessun ricordo. Per cui è vero che la tv non influisce per nulla sulla politica, ma influisce in modo enorme sul pensiero unico, cioè convince tutti che il consumismo è l'unica salvezza del mondo, che l'unico scopo della vita è quello di fare debiti per aumentare i consumi. Riguardo alla Gasparri, penso che si sopravvaluti l'importanza di questa legge, anche se si tratta di una norma fatta ad hoc per favorire Berlusconi. Il vero pericolo, la vera nemica dell'informazione è la televisione. Per me che sono nato e ho operato prima della tv, sento che questa ha distrutto tutto. Una volta anche sui giornali più forcaioli, anche tra i giornalisti più padronali esisteva il rispetto della notizia, ogni giornalista voleva fare del giornalismo vero, invece ora fanno del giornalismo falso. La tele è pubblicità, la pubblicità è menzogna e dunque tutti continuano a spacciare menzogne, salvo pochissimi che passano per dei sovversivi. L'importanza della televisione a questo proposito è data anche dal fatto che l'opposizione sociale non esiste, o è molto debole. Avviene che il capo di un partito dice ai direttori dei giornali: guardate che voi non contate un cazzo e questi si nascondono o non reagiscono, oppure vanno ancora ad inchinarsi, come Vespa».
D'altra parte anche Massimo D'Alema aveva detto che i giornali sono inutili.
«D'Alema è un cretino. Difatti Dio li fa e poi li accoppia. È molto difficile separare le sciocchezze della destra da quelle della sinistra».
Hai definito questa sinistra come un'opposizione di ricotta. Perché?
«Le ragioni della crisi della sinistra sono dovute semplicemente al crollo dell'utopia comunista. Finché c'è stato lo stalinismo, l'impero sovietico, criticati e discussi quanto si vuole, s'intuiva la possibilità dell'esistenza di un mondo diverso. Adesso che questa diversità è finita come peggio non si potrebbe, col passaggio da una società comunista ad una società mafiosa, essere di sinistra è molto difficile. Anche perché la fase onirica dell'uomo è importantissima, i sogni sono più importanti della realtà. Il sogno di una società comunista resisteva all'evidenza. La destra è il corso naturale dei difetti umani: rubare, fregare i paesi poveri. Invece realizzare la scommessa di costruire una società diversa e più giusta è difficilissimo».
Comunque, al di là di quello che dicono D'Alema o Berlusconi, a leggere la carta stampata viene un certo scoramento: giornali fotocopia, titoli-velina, rimpasti d'agenzie e poco altro. Come si esce da questa situazione, come si può fare un buon giornale, nell'ottica di Ottone o meno, credere ancora in questa professione? E che consigli daresti a chi vuole cominciarla o ricominciarla a fare?
«Se Berlusconi dice che i giornali sono di una minoranza, l'unica cosa che si può fare è di appartenere a questa minoranza e conservarla. Mantenere cioè un minimo di opposizione intellettuale, non ridursi come negli Stati Uniti dove non c'è più niente. L'alternativa è piuttosto stretta: da una parte la resistenza per mantenere un minimo di libertà, dall'altro la chiusura di ogni spazio di libertà. Conosco molti giornalisti che vivono questo periodo con grande pena. Fior di professionisti che facevano un grande giornalismo d'inchiesta. Non è che non glielo lascino fare, semplicemente non è più di moda. Chi vuole fare il giornalista ama trovare delle notizie e raccontare delle verità. E quindi penso che nel giornalismo ci sia ancora una forte carica ideale, ci sono persone che resistono come il sottoscritto che nel suo piccolo è rispettato, mentre altri sono disprezzati. Certo, se questi sono i premi, si tratta di premi poco visibili. Pure uno come me, quando escono i suoi libri non se li vede neppure quasi più recensire. Perciò, a chi vuol fare questo mestiere consiglierei di non farlo. A meno di non farlo come mestiere che può far guadagnare, coltivare ambizioni. Alla Vespa, insomma: un esempio di successo».
Però ce ne sono tanti di mestieri più remunerativi.
«Beh, mica tanti. Io ad esempio ho fatto il giornalista perché mi piaceva, ma anche perché non sapevo fare altro. Il giornalista è un po' come il cantante, una di quelle cose che puoi fare anche se non sai fare niente».
Non a caso Berlusconi è stato un cantante, e Vespa passa oggi per essere il non plus ultra del giornalismo: politicamente corretto o meno, un modello.
«Certo, rappresenta un modello di giornalismo uno che per lanciare un suo libro appare in 14 canali televisivi. Vespa è l'esempio della disintegrazione del mondo dell'informazione. Nel periodo in cui ho cominciato a fare giornalismo c'erano servitù politiche molto forti: ad esempio sui giornali comunisti non si poteva parlar male dell'Unione sovietica, ma queste cose vergognose erano giustificate dalla speranza di cambiare la società, adesso non si riesce a capire perché certi si comportino come maiali, cioè si è perso completamente il rispetto di sé stessi. Una volta le vergogne dell'informazione erano coperte, giustificate dagli ideali politici. Adesso perché i Vespa, i Ferrara, devono coprirsi di merda? Per i soldi? Sì, certo, anche per i soldi, ma è molto strano».
E allora perché? Per l'antico bisogno di servire un padrone? Tutto qui?
«Sì, penso di sì».
Hai sostenuto che questo nostro paese è senza memoria storica perché senza passato, in cui tutto ciò che è stato deve adeguarsi agli interessi di corte, annacquarsi nell'abbracciamoci tutti, nel “volemose bene”. Gli italiani non sanno odiare davvero dopo millenni di incultura curiale, colpa dei preti come diceva Guicciardini, oppure, semplicemente, alla fine del secolo cominciato con le rivoluzioni la cianfrusaglia ci sommerge, per dirla come Roger Martin du Gard?
«Forse sono stato colpito dalla mia esperienza personale. Se mi avessero detto negli anni '50 che un postfascista sarebbe arrivato alla presidenza del consiglio mi sarei messo a ridere. C'è una rinascita del fascismo, senza dubbio. Quando Mussolini venne a fare l'ultimo discorso qua a Milano c'erano 50mila fascisti, ma che siano stati zitti e buoni per quarant'anni non se lo sarebbe aspettato nessuno. Ci sono dei cicli generali. C'è sempre un periodo di ricerca della democrazia a cui fa seguito quello della ricerca di un padrone. È una tendenza generale, sennò non si spiega perché la Confindustria è stata così cretina da appoggiare Berlusconi pensando che sarebbe stato meglio di un centrosinistra, molto più favorevole agli industriali. Credo che ad un certo punto la paura sia dominante. La democrazia ha il torto di rendere chiari i problemi, quindi di lasciare gli individui soli di fronte alle scelte e alle responsabilità. Si vede che ogni tanto arriva il desiderio collettivo dell'uomo fatale che ti solleva da ogni responsabilità. Sennò non si riesce a capire come ci siano questi tipi di intellettuali terzisti come Galli Della Loggia che addirittura sostiene come i veri fascisti siano ora gli antifascisti, perché essendo intransingenti forzano, violentano gli altri. Oppure come Sciascia, quando diceva che i veri mafiosi stavano all'antimafia».
Oltre dieci anni fa hai dato alle stampe un saggio: Disunità d'Italia. Recentemente hai descritto questo paese come il corteo dei ciechi di Bruegel il vecchio. Dove stiamo andando?
«Sai, la specie umana può resistere a tutto, anche al nuovo fascismo. È che questo, come lo stalinismo, ti accorgi che c'è solo quando bussa il poliziotto alla porta. Io mica m'ero accorto da giovane di vivere sotto al fascismo, non me ne occupavo, andavo a sciare. Così, penso che molti non si rendano conto che il berlusconismo rappresenta un disagio dell'intelligenza, dal punto di vista dell'uomo comune non ci si rende neppure conto delle cretinate che dice. Ma oltre un certo punto può diventare un cane da guardia, cominciare a darti dei calci in faccia. Berlusconi ha dentro di sé una megalomania che potrebbe anche portarlo a diventare un dittatore feroce».
Come si ferma il regime che non c'è ma c'è? Cosa può opporsi al berlusconismo?
«La crisi economica. Ad esempio lo sciopero nei trasporti è stato visto da tutti come una roba indecente. Per me è un segno che qualcosa della protesta di classe si sta muovendo. Tu non puoi dare 500 euro al mese ad uno facendolo alzare alle quattro di mattina senza aspettarti che ad un certo punto questo s'incazzi. È stato un segno che in questa massa di poveri sempre più poveri qualcosa si sta muovendo. Potrebbe venir fuori un movimento rivoluzionario, anche se non di tipo marxista, da parte di quelli che hanno solo da rompere le catene».
Però a quel punto si vedrebbe il volto duro del berlusconismo.
«Ah beh, a quel punto diventerebbe come il bushismo. Una democrazia buona che improvvisamente diventa durissima e manda la gente a Guantanamo».
Accenni a questo nel “Piccolo Cesare”: nel momento in cui si arriverà alle difficoltà economiche vi accorgerete del volto autoritario del berlusconismo.
«A meno di non mollare tutto e di andarsene nei Caraibi a fare i bagni. Ma non credo, ormai Berlusconi ama troppo far politica, ha scoperto che farla è più divertente che far l'industriale. Lui ha sempre bisogno del pubblico, di una clacque. E uno dei suoi punti chiave è la scelta dei peggiori. Basta vedere la stampa che controlla direttamente, Panorama e il Giornale, è terrificante. Poi questo Bondi. Ecco, spazia tra la carogna intelligente e il cretino mediocrissimo. Accanto a lui un tipo come Fini fa l'impressione di uno statista, almeno non dice stupidaggini a getto continuo».
E ha qualche chance di sostituirsi a Berlusconi? La guerra di successione l'ha avviata.
«Ha pochi soldi. Perché il fascismo e Mussolini si basavano sul nazionalismo, sul sogno degli italiani di diventare ricchi e potenti. Forza Italia, Berlusconi, si regge sul sogno degli italiani di diventare ricchi come lui. Fini non può promettere niente del genere. Nessuno pensa di potersi arricchire seguendolo. È molto difficile per lui, ha perso la chance di proseguire nelle cose migliori del fascismo: l'onestà, il rispetto verso la magistratura. Non so perché non abbia giocato queste carte, si vede che i suoi non volevano».
Un tema poco noto del tuo impegno letterario è quello dedicato ai temi del lavoro, oltre che al brigatismo. E proprio al lavoro fatto di flessibilità totale guardano le nuove Br, cercando un legame col mondo del lavoro precarizzato.
«La cosa misteriosa è questa: perché il brigatismo rosso salta fuori alla fine delle grandi lotte operaie, di massa? Con un governo di centrosinistra, poi? C'è anche il diritto alla protesta stupida, ma questi sono quattro gatti, non sono convincenti. Questi qui son robe personali, anche penose. La Lioce, questo professore, Morandi, che mi ha colpito molto».
Certo, c'è molta differenza tra Morandi e la Lioce e i “padri fondatori”. Non credi che ci sia alcun filo rosso tra le nuove leve e le Br storiche?
«Già nel brigatismo dei tempi d'oro il movente psicologico personale era molto più forte, c'erano frustrazione personale, incomprensione verso la vita, ma questi mi sembrano dei pazzi. Capisco la protesta sociale, anche estrema, dei kamikaze, ma questi? Allora ammazzino Berlusconi, non questo Biagi, poveretto».
Beh, le Br storiche sparavano a Ruffilli, mica a Andreotti.
«Infatti il terrorismo mirava a obiettivi non rilevanti. Franceschini diceva di seguirlo quando andava a messa, poteva ammazzarlo, no? Era che anche a loro piaceva correre meno rischi possibili».
Oppure sono in parte eterodiretti, in qualche modo controllati, come ai tempi di Moretti.
«Escludo che Moretti fosse diretto da qualcuno. Tra i molti pazzoidi di allora mi è parso una persona ragionevole, uno con cui parlando riesci a spiegarti quello che ha fatto e perché. Su Moro si raccontano ancora molte storie romanzate. Come questo professore di Firenze che sarebbe stato a capo delle Br. Questi libri che escono adesso non valgono niente, raccontano solo bugie. Mettono in dubbio persino che il covo non fosse in via Montalcini. Come se le testimonianze dei brigatisti fossero tutte inventate. Si va nella fantapolitica, non se ne esce più».
Un altro tuo recente focus saggistico è quello sul Basso impero. Anche qui, siamo di fronte a una mutazione storica che non ha interpreti all'altezza dei ruoli o nulla meglio di questa banda d'idioti, per dirla come Castro, può governare il mondo globalizzato?
«Lui ha dietro mezza America, altro che una banda d'idioti. La verità è che agli americani piace avere un impero, il petrolio a prezzi bassi, dominare i paesi sottosviluppati. Può darsi che in quel libro lì mi faccia prendere un po' la mano dalla veemenza polemica come spesso mi capita, e che l'altra America, quella democratica, resista e riesca a prevalere. Adesso certamente è un periodo nero. I tipi come Bush e Berlusconi più stronzate fanno e più si rafforzano. Ecco, la storia è un va e vieni inspiegabile, è molto difficile spiegare le faccende degli uomini, sono dominate dagli istinti, dai sogni, pretendere di fare una storia scientifica è un po' impossibile. Nella storia secondo la mia esperienza l'unica cosa da fare è opporsi alle menzogne totali e ridicole. Questo si può fare. Ma capirla realmente non si può. Perché milioni di italiani abbiano votato Berlusconi è incomprensibile. Per la paura del comunismo che non c'è più? Gli industriali lo credono dei loro ma non è così: non ha nulla di razionale, è un pazzo».
A proposito di pazzia, restiamo all'America “uber alles”, alla democrazia imperiale degli Usa come altro dall'Occidente. Come si ferma la follia più o meno lucida del Pnac? Gli attuali uomini della Casa Bianca con largo anticipo avevano preannunciato l'esigenza di un evento spettacolare, mediatico, per coinvolgere l'americano medio nella nuova dimensione imperiale. Poi è arrivato l'11 settembre. Più subito o più permesso, un po' come Pearl Harbor nel '41?
«Come si ferma? Mi fai delle domande da dieci milioni di dollari. Non lo so, credo che nella storia vi siano dei cicli che procedono verso la distruzione della specie: siamo sempre più pazzi, autolesionisti. Questi sono dei pazzi, con questi disegnini del nuovo soldato col computer incorporato nell'elmetto. Questa follia non si ferma, a meno di non venire sconfitta. Ma sono sconfitti già adesso, perché questa teoria dell'impero, della guerra continua, è impossibile: come puoi dominare miliardi di esseri umani, i cinesi, gli indiani? Il dominio globale del mondo non era possibile neppure ai tempi di Roma. Anche i romani imposero al mondo una serie di guerre vinte che alla fine risultarono perse. Uno stato di guerra continua, come ora. Ma Augusto capì che c'era un limes oltre il quale non si poteva andare, c'erano i germani, occorreva difendere quel confine. Ma la tragedia delle due torri non fu permessa, anche qui siamo nella fantapolitica. Quel che è imprevedibile è la follia degli altri. Non era prevedibile che i giapponesi attaccassero gli americani, essendo più deboli. Qui nessuno ha previsto che ci fossero dei pazzi capaci di buttare giù due grattacieli. Anche gli allarmi non erano convincenti. Quando hai troppi allerta non ci credi più. Evidentemente alla Cia continuavano a giungere segnalazioni, se ne arrivano dieci al giorno alla fine le cestini. Un po' come il terrorismo, nessuno pensava che “quattro operaiacci” potessero fare quello che hanno fatto. Chi si aspettava una banda così? Con l'attentato alle “Twin towers” è nata una nuova era, quella del terrorismo. La rivoluzione tecnologica a disposizione di tutti, fatta propria dai poveri, dai disperati. Non dobbiamo ricorrere al dietrologismo. La dietrologia nasce dal bisogno di spiegare in qualche modo l'inspiegabile. Come il sequestro Moro. Ma la casualità è un altro elemento che non può essere trascurato, nella storia».
Biografia Giorgio Bocca è nato a Cuneo nel 1920. Ha partecipato alla guerra partigiana nelle formazioni di Gl; nel foglio di "Giustizia e Libertà" ha fatto, nell'immediato dopo guerra, i primi passi da giornalista. Le tappe della sua carriera sono: redattore alla "Gazzetta del Popolo", nel 1954 è a Milano all'"Europeo", poi inviato del "Giorno" di Enrico Mattei diretto da Italo Pietra. È stato nel 1975 tra i fondatori di "Repubblica" e, oltre all'attività di editorialista sul quotidiano, tiene sull'"Espresso" la rubrica "L'antitaliano". Per le reti Fininvest, a partire dal 1983, ha ideato e condotto una serie di programmi giornalistici: "Prima pagina", "Protagonisti", "2000 e dintorni", "Il cittadino e il potere". È stato anche opinionista di "Dovere di cronaca" e "Dentro la notizia". Nel 1989 ha condotto, per Canale 5, un'inchiesta giornalistica sul terrorismo italiano e internazionale degli anni '70-'80, dal titolo: "Il mondo del terrore". Come storico ha pubblicato numerosi saggi, tra i quali ricordiamo: "Storia dell'Italia partigiana" e "Palmiro Togliatti". Vive e lavora a Milano.
