
Dall'incontro con gli studenti emerge immediatamente la sua leggera adattabilità ai linguaggi culturali e comunicativi del flusso televisivo di cui fa parte. A partire da Bim Bum Bam. Quando si è tentato, per la prima volta, di cambiare il linguaggio con il quale si parlava ai bambini. Si è cercato di evitare le smancerie, conservandole nel quotidiano.
Negli anni Ottanta , ci racconta il conduttore, ciò che veniva raccontato apparteneva solo al monopolio; gli interpreti del nuovo si dovettero adattare. Si è cominciato a fare un gioco delle parti. Ed è un peccato che oggi i programmi per ragazzi sono completamente scomparsi. O meglio esistono solo su canali tematici. Per i più piccoli, infatti, non si produce più nulla. Manca quel sentimento, quel valore che consiste nella leggerezza. Nel passato si giocava e c'era il piacere di portare con sé novità ludiche, divertenti ed istruttive. Nel tempo attuale si è perduta la capacità di sperimentare con le proprie idee. La tv oramai dice le cose tutte con lo stesso tono e allo stesso modo.
Invece, con la tv dei ragazzi Bonolis ha avuto il merito di raggiungere il pubblico dei bambini declinando le sue idee. Secondo Paolo il modo migliore per fare comunicazione è avere idee proprie. Non dire cose che appartengono ad altri, ma solo quelle sentite; se non sono proprie, intime, non sono vere. Ben vengano le nuove idee, basta che non si prendano solo dall'estero.
E la televisione, crescendo, ha portato con sé il conduttore, plasmando su di lui una delle figure dei personaggi neotelevisivi simboli del cambiamento. Poliedrico, eloquente, creativo, istrionico non nel senso proprio della parola, quello del commediante da teatro da quattro soldi, ma nel senso metaforico dell'artista comune mortale, vicino a tutti noi, che suda camicie e lavora anche in televisione.
Bonolis vive le sue esperienze televisive come laboratorio di linguaggi; il suo reale obiettivo è giocare con la parola, con i segni. Attraverso l'umorismo romano, Bonolis racconta l'Italia media, imitando i modi di Sordi e la voce di Totò: di quei due titani ha l'approccio sadico alla risata, scaturita dal gesto gratuito di crudeltà divertita che il protagonista compie ai danni di uno più disgraziato di lui. Attua una vera e propria vernacolarizzazione del pensiero.
La filosofia che sta alla base di questa lettura della realtà consiste in un sereno disincanto nei confronti della vita. Non ho mai voluto mettere in difficoltà la gente, il pubblico. Bisogna far star bene chi ti sta accanto. È divertente poter giocare su noi stessi. La tv deve essere disintossicante, può essere un buon antibiotico.
Bonolis è consapevole che il linguaggio televisivo può declinarsi in molteplici modi. Non si deve dare credito a chi, con supponenza, ritiene che il proprio genere debba essere l'unico degno di essere al mondo. La tv è di tutti, ci dice Paolo, e rappresenta, il più delle volte, l'unico modo di disimpegnarsi, proiettare il pubblico in una dimensione onirica. Non si può essere ad una sola traiettoria. Questo infatti riduce e annulla la personalità.
Al tempo stesso, è opportuno stabilire la differenza tra trash e leggerezza. Una diversità che sta nell'utilità di quel che si racconta. Il più delle volte la vita appare più grottesca, amara e trash di quanto non sia la tv. Secondo Bonolis sia Beato tra le donne che Ciao Darwin hanno rappresentato un boato di assoluta freschezza in quanto hanno sempre rispettato il fil rouge del racconto. Al contrario, q ualsiasi elemento fuori dal racconto, dalla sceneggiatura diventa automaticamente trash; così come si deve mantenere una verità di fondo in chi fa intrattenimento considerando il privilegio di portare ad altri ciò che abbiamo nella testa. Difendendo sempre e comunque la verità delle proprie idee.
Nell'ottica di un variegato utilizzo dei linguaggi televisivi, si pone l'esperienza de “Il senso della vita” che si serve di una modalità costruttiva al contrario, ad esempio, di Blob, vera e propria punteggiatura destrutturante.
Nella costruzione delle sue trasmissioni televisive acquista un ruolo centrale anche l'immagine; si pensi all'intervista fotografica. Già Calvino aveva riconosciuto la pioggia ininterrotta d'immagini che non lasciano traccia nella memoria. Al contrario, il racconto di parole e immagini costruito da Bonolis non è inconsistente né estraneo ma si inserisce in una storia tutta televisiva che lo spettatore riconosce come propria.
Il passaggio, dall'una all'altra forma di narrazione televisiva, si realizza attraverso una mediazione estetica, che si può definire come la rappresentazione del Carnevale televisivo, in cui la normalità quotidiana insegue l'immagine di tipo televisivo, mediante un'identificazione con le icone e gli stili discorsivi, che si legano al prodotto nelle sue rappresentazioni ufficiali (1). “Nel possibile parallelo tra Carnevale e televisione vediamo quest'ultima come la ripresentazione, via etere, della piazza mercantile e spettacolare, luogo speculare delle corti e poi dei salotti, dove le masse, riconquistate con un linguaggio popolare a un'illusionistica socialità, riprendono in mano il loro senso comune” (2).
Ogni trasmissione di Bonolis rappresenta la tv contemporanea allo stato quintessenziale: con un'operazione alla Tarantino (uno dei 'Kill Bill', per intenderci), si prendono archetipi televisivi e li si piazza in un orizzonte mitologico. Ciò che conta è che si tratti di immagini televisive, con lo schermo decomposto e Bonolis in un box in basso a sinistra che dialoga con gli spettatori. Sono in gioco strutture di realtà divenute “fictional”, televisività pura, Bonolis-pensiero e Bonolis-ideologia distillati in sequenze tv.
Senza dubbio in una televisione che si autoriproduce e si annulla nella replica delle idee, il linguaggio di Bonolis continua a essere il migliore artificio inventato per la tv di oggi, metà Renato Zero e metà Alberto Sordi, con pennellature auliche.
1)Cfr. Ca prettini GP., La scatola parlante , Editori Riuniti, Roma, 2001.