Dentro le parole
Conversazione con Enrico Brizzi
Bologna, Parco Margherita, uno di quei sabato mattina di fine maggio in cui il caldo umido trasuda dai portici di via Santo Stefano. Un ragazzo sbuca in sella ad una mountain bike, maglietta blu del Bologna, sandali e calzoncini. 1994-2004. Un libro condensa questi dieci anni, si chiama Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Dalla statua equestre di Vittorio Emanuele al bar del laghetto il passo è breve. Ancor più breve se si percorre il tragitto insieme ad Enrico Brizzi.
Calvino diceva che la vita o si vive o si scrive. Uno potrebbe avere da obiettare. Dopo aver vissuto intensamente dei momenti, per esempio ci si può fermare a scrivere.
Impossibile dire: “voglio soltanto scrivere o soltanto vivere”, oppure “non me ne frega nulla degli altri”, o al contrario assumere una posa commerciale e andare incontro ai gusti di qualcuno. Si tratta di falsi bivi, di trappole. A rischio della banalità e dell’evidenza, vivere e scrivere sono due cose allo stesso modo indispensabili. Non credo alla figura dello scrittore che si sente diverso dagli altri. Uno può percepire se stesso come una sorta di osservatore del mondo, ma è una pratica artificiale, perché in quello stesso mondo ci sono i tuoi amici, le persone che conosci. Sarebbe una posa presuntuosa, non ha senso parlare solo di se stessi. Si pensi a Flaubert e a Proust : il primo è riuscito a rappresentare ciò che è accaduto in Francia in quegli anni. Prendi l’Educazione Sentimentale: attraverso la storia d’amore del protagonista puoi rivedere i moti della Parigi del 1848 che Flaubert ha vissuto direttamente. Viceversa Proust è completamente incentrato su se stesso. A me di scrittori alla Proust che passano tutta la carriera a parlare delle loro debolezze, piuttosto che delle loro fascinazioni, tutte vissute in solitaria…
A dieci anni da Jack Frusciante la scrittura è diventata la mia attività principale, è quello che faccio, il lavoro nel senso più nobile. Se a diciotto anni qualcuno fosse arrivato e mi avesse detto: “Riuscirai a mantenerti per qualche anno con quello che adesso fai per hobby”, per me sarebbe stato fantastico. Mi rendo conto che questa possibilità non viene data a tutti. Sento la responsabilità di come devo scrivere, non di cosa devo scrivere. Sai quando ti stai impegnando sul serio, oppure se sarebbe meglio che smettessi perché non senti più “tuo” quello che fai.
In realtà puoi scrivere (e leggere) ovunque: sull’autobus, in treno, a casa, soprattutto ora, grazie al computer portatile. Per osservare bene la realtà a volte però bisogna fermarsi a pensare, mettere da parte la turbolenza della vita…
Più che mettere da parte la vita, piuttosto direi ordinarla. Sarebbe terribile cercare di amputarla, scremarla. Una delle cose più umane è il turbamento che può arrivare per mille motivi. Da ragazzini succedeva ogni momento. Se fosse sempre come a tredici anni, che ogni mezz’ora ti si spalancavano prospettive impossibili…
La Francia si respira in tutti i tuoi libri. Sei nato a Nizza, dove hai deciso di ambientare Bastogne. Nulla in fondo succede per caso. E’ possibile che la tua scrittura abbia sentito le influenze degli studi che hai fatto[1]? Penso a strutturalismo, post strutturalismo, semiotica, da De Saussure a Lacan, da Barthes a Lévi-Strauss, fino a Umberto Eco…
E’ vero, è il paese che sento più vicino. Rispetto a noi, i Francesi sono più avanti non tanto per le cose di cui mi parli, che a Scienze della Comunicazione ti innestano come una pera, anche se si tratta pur sempre dell’ossatura degli studi letterari. Piuttosto ammiro l’amore che nutrono per i libri. In qualunque libreria di Parigi trovi edizioni vecchie e nuove mai viste in Italia e lo Stato cerca di avvicinare i più giovani alla cultura attraverso politiche mirate, finanziando gruppi musicali e scrittori. Noi invece siamo ancorati al dibattito pubblico e privato.
Trovo che Lacan e Barthes siano molto interessanti, geniali direi, ma in ultima analisi, se vuoi scrivere te li devi scordare. Rappresentano la microchirurgia della parola, a questo punto mi ritroverei molto di più nelle parole di Jung: “Addentrarsi nel labirinto del linguaggio”. Loro sono solo dei tecnici, animali da università. La scrittura in fondo non ha molto a che fare con l’università. Mi sfugge che uno soltanto tra di loro abbia scritto un bel romanzo.
Certo, sono critici letterari
Voglio dirti come la penso io su cosa conta davvero nella scrittura. La lingua e la storia che stai raccontando devono muoversi simultaneamente, non puoi scindere le due cose come invece cercavano di inculcarci alle medie: analisi del contenuto, analisi della forma….Non è così, chiunque abbia scritto se n’è accorto. La storia che vuoi raccontare è definita dal linguaggio con cui ti sei addentrato nella realtà. Se la racconti in un altro modo diventerà ancora un’altra storia. Il significato va di pari passo con ognuna delle parole che hai scelto.
Va bene, ma non può essere che in Jack Frusciante tu abbia innescato inconsapevolmente dei processi significanti, senza accorgertene?
Nooo…Credevo di fare qualcosa di simile alla musica. Molti invece costruiscono i libri con un kit di montaggio.
Parafrasandoti, sei quasi al “giro di boa” dei trent’anni. Immaginati fra vent’anni. Non diventerai mica come Jean D’Ormesson, che tenta di superare la crisi della pagina bianca pubblicando sette libri tutti uguali all’anno, un Ken Follett francese…
La crisi della pagina bianca non esiste, è una cosa che viene a chi pensa alla scrittura in maniera distorta. Al contrario, se penso alla scrittura come dedizione agli alberi, agli uccelli e al fatto che è bello incontrare te questa mattina, piuttosto che un mostro con un uncino al posto della mano….Per me la scrittura è una specie di ringraziamento per il fatto che sono qui. L’individualismo e l’analisi logica non hanno cittadinanza. Nell’ultimo romanzo[2] ho provato a spingermi sul rapporto tra lingua e storia.
Cosa pensi degli scrittori che vivono un profondo individualismo letterario?
Non bisognerebbe ripiegare troppo su se stessi confondendosi nel proprio io. I nostri nonni non vivevano come noi. Non ti parlo di idealizzare un’epoca, ma di resistere a quella che stiamo vivendo. Non ti parlo di resistere chiuso in una cantina. Resistere ad esempio significa impadronirsi della città anche se ci sono i nazisti… L'ideologia può mettere in pericolo i principi della democrazia, della tolleranza dell’integrazione. E’ stato Platone il colpevole, dividendo il mondo delle cose da quello delle idee. Platone è il responsabile del più grande tradimento compiuto sull’umanità ponendo la gente di fronte ad un bivio tra cose che esistono da altre che esistono solo nella mente. Preferisco le filosofie orientali, secondo cui le cose sono ancora unite alle parole che le “significano”. Per esempio, puoi forse condividere Cartesio che dice: “Il mondo esiste perché io sono il mio dio e gli altri esistono solo perché sono io a convocarli” oppure “siamo dentro l’apparizione di un sogno diabolico” ? E’ una fortuna che negli ultimi trecento anni abbiano fatto tante altre cose, ma a noi è capitato il peggio del peggio. Questo tipo di pensieri ci allontana dal vivere, dal morire, dal mangiare, dal bere.
Con il libro-intervista “Il mondo secondo Jack Frusciante” si conclude la tetralogia composta da “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, “Bastogne” e “Tre ragazzi immaginari”. E’ come se si fosse compiuta un’epoca. Da allora è veramente cambiato qualcosa nella tua vita?
Io per primo ho parlato di un ciclo che si chiudeva, è stato come se avessi messo un sigillo alle mie esperienze precedenti. E’ finita una stagione che coincideva con gli anni di Jack Frusciante e Bastogne, ma questa risoluzione sorge da considerazioni molto più immediate, che ho fatto nel libro Tre ragazzi immaginari, in cui ho raccontato una storia ambientata durante la Street Parade, rave itinerante che si svolge ogni anno a Bologna. Anno dopo anno ero sempre più carico, nel pieno delle mie forze, poi improvvisamente, nel 1997, mi sono detto “Quest’anno siamo di meno”. In alcune “ballotte” imbocchi decisamente una strada che potrebbe portarti anche in prigione oppure decidi di essere una persona “normale”, espressione che a diciassette anni mi avrebbe fatto vomitare. Ora preferisco vivere in maniere onesta. In Bastogne riesci a sentire la temperatura di quegli anni, quella stessa temperatura che insieme ad altri miei compagni ho deciso di abbassare, perché insostenibile.
La tua "ballotta" ha vissuto come un tradimento il tuo abbandono?
No, ognuno di noi però, ripensando a quegli anni potrebbe dire: “Oggi potremmo essere molto diversi, non uno che scrive libri, uno che fa il rappresentante, uno che fa il barista”. Ora mi sento più vicino ad una persona che può diventare padre di un bambino, che non ad un bambino. Allo stesso tempo penso che non si possa mai cambiare davvero sino in fondo e sono felice che siano stati anni così furiosi.
Non rinneghi nulla?
Impossibile. Rinnegare e dare la colpa agli altri tipo: “C’ero, ma mi ci hanno portato le cattive compagnie”. Mi preferisco ora che riesco a decidere di non litigare per la strada. Puoi pensare che la tranquillità sia l’anticamera della pensione oppure l’anticamera della sopravvivenza. E’ vero che non si cambia mai davvero e che la sera preferisci bere quelle sette birre in più. Ma sento che si stanno concludendo quelle battaglie dei bottoni cominciate a dodici anni, che è finita la stagione in cui andavo sempre a cercare il pericolo. Una vita alla Bastogne è la coda estrema dell’adolescenza, un’accelerazione che non puoi sostenere per vent’anni. Sarebbe disonesto raccontare adesso Bastogne, o Jack Frusciante. Non posso fingere di avere diciassette anni: per non scadere nel voyeurismo, la scrittura deve avvicinarsi il più possibile alla natura.
Sei felice, Enrico?
Sì, in modi prima per me inimmaginabili. Non puoi paragonare il prima e il dopo. Il prima non contiene il dopo se non come una promessa. Si diventa più semplici, più vicini alle cose essenziali. La complessità attraverso cui sei passato la conservi per sempre. Avrai dentro di te Berlino, il quindicesimo arrondissement di Parigi e tutti i posti dove sei passato, avrai dentro il perdono che vorresti chiedere alle persone a cui hai fatto del male. Sì, sono felice. Forse più lento nella corsa, ma più forte rispetto a dieci anni fa.
[1] Enrico Brizzi è iscritto alla Facoltà di Scienze della Comunicazione presso l’Università Statale di Bologna
[2] Razorama, Mondadori, Milano, 2003