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Opinioni

In ricordo di Umberto Cerroni


Un contributo alla conoscenza storica e alla memoria colletiva



di Franco Ferrarotti
04/09/2007


Solo gli inconsapevoli potranno sospettare che in commemorazioni come questa, dedicata a Umbro Cerroni, prevalga l’autocompiacimento oppure il discutibile gusto di fare la “toeletta al morto”.  Il ricordo, al di là della persona, è invece essenziale per la costruzione dell’autocosceinza della nostra disciplina. E’ uno sguardo retrospettivo che aiuta la sedimentazione dell’esperienza e quindi consolida la tradizione delle scienze umane. Come ogni persona o istituzione, anche una disciplina scientifica, un campo di ricerca è ciò che è stato. In questo, ricordare oggi Umberto Cerroni è nello stesso tempo un dovere personale e un atto istituzionale, un contributo alla conoscenza storica e alla memoria collettiva.
A suo tempo, molti anni fa, nel Consiglio di Facoltà del vecchio Magistero di Piazza Esedra, contro la maggioranza piuttosto conservatrice, mi ero speso per la chiamata a Roma DI Cerroni, nonostante il parere negativo, fra gli altri, dell’allora preside Giorgio Petrocchi, convinto che sarebbe statio un apporto positivo per la Facoltà. Già qualche anno prima ero riuscito, alquanto fortunosamente a far chiamare Vittorio Lanternari, da Bari, e Ernesto De Martino da Cagliari.
Conoscevo, naturalmente, i libri di Cerroni, ma potei conoscerlo di persona solo a Lecce, dome m’aveva invitato per spiegare ai suoi allievi in che cosa consistesse la “sociologia critica”. Furono tre giornate indimenticabili. Cerroni era più che un professore. Era un animatore, un comunicatore e un provocatore, qualche cosa che stava fra il Fedro e il De Magistro. Una figura di didatta che andrebbe oggi richiamata, che si fondava non solo sulla condivisione delle idee ma suuna comunanza di pratica di vita, su una rara sintonia interiore. Con lui le idee si incarnavano. Gli allievi scoprivano, con il suo aiuto, la gioia del comprendere, lo studio come scoperta, avventura, autoesplorazione.
Non solo un didatta, preciso, rigoroso e nello stesso tempo empatico, ma non paternalistico. Era anche uno studioso. L’insegnamento era alimentato dalla ricerca. Nulla di dogmatico. Nessun giuramento in verba magisteri. Questo marxista prendeva Marx sul serio, non dimenticava che alcune delle sue opere più importanti indicavano la “criticità” già nel titolo. Andava oltre la datità, oltre lo statico accertamento sociografico. Riusciva a collegare il momento della ricerca empirica alla funzione sociale dell’utopia. Questo atteggiamento me lo faceva sentire molto vicino. Nei momenti più aspri della contestazione, quando sembrò vittorioso lo “spaccio del bestione trionfante”, contro ogni forma di irrazionalismo, a parole rivoluzionario, in realtà alleato prezioso dei peggiori reazionari, questo membro del Comitato centrale del Partito comunista italiano mi fu sempre al fianco, anche quando antichi collaboratori e assistenti, non riuscendo a comprendere la distinzione fra gli scopi positivi e innovativi del movimento giovanile e i metodi distruttivi della oro presunta attuazione, si davano alla rispettosa latitanza o disapprovavano in silenzio, senza rendersi conto che stavano tradendo non tanto me quanto la loro etica professionale e la funzione della stessa università come fucina e trasmissione critica del sapere.
Posso dire che Cerroni ha pensato e ha vissuto politicamente il marxismo come metodo di ricerca, senza cedere a illusorie impazienze dialettiche, in una prospettiva non dogmatica, ma come storia che si fa, che si pensa, oltre e eventualmente contro ogni schematismo meccanicistico che contrapponga a-storicamente struttura e sovrastruttura.
Non aveva bisogno di riandare alla umwälzende Praxis, o “prassi reattiva”, di Federico Engels per rendersi conto che la sovrastruttura, lungi dall’essere generata dalla struttura, era in grado di influenzare profondamente i dati strutturali, che il Sein macht das Denken (“l’essere fa il pensare”) poteva, in determinate circostanze, rovesciarsi nel “pensare che fa l’essere”. C’è qui u prevsione confermata dala storia recente: se la sovrastruttura può agire sulla struttura, non è più sufficiente collettivizzare i mezzi di produzione; occorre socializzare il potere. Di qui la critica d’una concezione puramente procedurale delal democrazia, oggi maggioritaria presso i più noti e avvertiti politologi, per i quali in fondo, volere la democrazia vuol dire accontentarsene, chiudendo gli occhi sula democrazia Grenzbegriff, o “idea-limite”, ideale di eguaglianza oltre che di libertà individuale, riprova empiricamente documentabile, che i problemi dell’individuo non sono solo una questione individuale.
Ho discusso a lungo con Cerroni sulla prospettiva e le possibilità di una democrazia sostanziale e non solo procedurale. Incredibile a dirsi: contro le mie riserva, giurava sulla possibilità di utilizzare le nuove tecniche comunicative per ottenere una programmazione a medio raggio, decisa dal centro ma controllata elettronicamente dalla base mediante un tempestivo ritorno del “giudizio della comunità”. Sognava una programmazione o pianificazione flessibile, sostanzialmente democratica, quindi capace di far cadere l’asimetria fra vertice e base e di rendere la società una vera convivenza di socii e non di hobbesiani atomi in guerra gli uni contro gli altri. Per questo avrebbe voluto riscrivere il marxismo come ricerca, lontano da ogni fideistico messianesimo.
Umberto cerroni era dunque un didatta formidabile, un professore che professava le sue idee senza imporle né dogmaticamente né paternalisticametne. Questo gli riusciva relativamente facile perché era anche, oltre che un docente, uno studioso attestato sulle frontiere delle scienze umane, aperto alle novià, ascoltatore attento di ciò che stava emergendo e che premeva contro le stantìè acquisizioni della saggezza convenzionale, ormai ridotte a vuote formule ritualistiche.
Oltre che docente appassionato e ricercatore critico, Umberto Cerroni era però anche un amico. So bene che parlare di amicizia nella cultura mediterranea, specialmente in quella italiana, si rischiano fraintendimenti spiacevoli, tanto pervasiva sembra qui pesare l’atmosfera mafiosa e paramafiosa. Ma Cerroni era un amico nel senso classico del termine (si veda il Laelius ciceroniano), generoso e disinteressato. Quando. verso la metà degli anni 70, fui duramente attaccato da alcune riviste sovietiche, soprattutto per la penna abile e acida di S.A. Efirov, fu Cerroni tra i primi a levarsi in mia difesa. Questo comunista, questo membro autorevole del Comitato centrale del PCI, non esitò a prendere la parola in più sedi, da L’Unità a Realtà sovietica, per difendere, in questo caso, non solo l’amico o il collega, ma per battersi in nome della verità, che non poteva andare distorta solo perché in contrasto con il verbo dell’ufficialità e l’ottuso dogmatismo dei gran sacerdoti di Mosca.
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