"Il Padrino" dell'house music: intervista con Claude Monnet
Conversazione con il dj francese, pioniere della contaminazione elettronica

Per intervistare
Claude Monnet si può fare di tutto: perfino aspettare fino alle
5:00 del mattino che abbia terminato il suo
dj-set a
“La Saponeria”, locale di
Roma che nell’ultimo periodo si sta distinguendo per una programmazione molto attenta alle
innovazioni che provengono dal panorama della musica house e non solo.
Sarebbe infatti riduttivo definire “house” il genere proposto dal dj francese, uno dei pochi che attualmente può vantare un’esperienza più che ventennale nel “business de l’house music”, come l’ha definito durante l’intervista.
Vent’anni di ricerca sonora e serate nei più importanti club del mondo: da Ibiza (Pacha, Amnesia, Space) al Belgio (Café d’Anvers, La Villa), dall’Africa del Sud (TGV) alla Croazia (Kontrakpunk).
Per non parlare di confronti abituali con artisti come Gilles Peterson, Todd Terry, Kenny Dope, dj Gregory e Roger Sanchez: per chi ancora non lo conoscesse, ecco chi è Monsieur Claude Monnet.

Un dj capace di collezionare i
primi posti delle chart internazionali con il singolo
Mafé Disco, seguito da
Infancia Magica ed
Eu vou levar: tutti brani che anticipano la pubblicazione dell’album
Le monde change, un
viaggio in equilibrio tra modernità e musica brasiliana tradizionale, prodotto per la cantante
Monica Nogueira. Tralasciando raccolte prestigiose quali
Hotel Costes, Defected in The House ed
Africanism, basti ricordare che
Claude Monnet è fondatore, insieme al giovane talento
Martin Solveig, dell’etichetta discografica
Mixture Stereophonic.D’altronde cosa puoi aspettarti da uno che nell’ambiente è chiamato “Il Padrino”?
E così la nostra conversazione in francese con Claude Monnet è iniziata proprio da qui…
Claude, perché ti chiamano il Padrino?
“Perché sono vecchio – esclama ridendo, anche se poi passa ad elencare le “vere” ragioni del suo nickname: “Il fatto è che mia madre è italiana, ed io adoro la cucina e la cultura italiana: poi è davvero molto tempo che sono in questo business.
Ho conosciuto tutti i dj più importanti che adesso sono alla ribalta, come Martin Solveig o Bob Sinclair: e quando io già suonavo nei club europei, loro avevano più o meno 15 anni…”
Visto che hai parlato dell’Italia, cosa pensi della nostra scena musicale, soprattutto per quanto riguarda il panorama elettronico?
“Beh, sono un po’ di anni che l’Italia è davvero indietro rispetto a paesi come la Germania o la Francia nell’innovazione in campo di musica elettronica: da noi purtroppo dici “Italia” e pensi “commerciale”.
Fortunatamente ci sono ancora degli artisti e delle etichette che sono davvero ottime: penso ai
Pasta Boys o alla
Irma, un’etichetta che ha dei musicisti che tentano sempre d’innovare, di apportare qualcosa di nuovo. Senza esperienze come queste, per l’Italia sarebbe dura…”
A proposito di innovazione, quanto è importante la contaminazione in una musica come quella elettronica? Sappiamo che nei tuoi dischi inserisci influenze che vanno dal jazz alla musica africana, dalla musica brasiliana al soul…“L’importante per far evolvere tutti i tipi di musica è la contaminazione tra culture: come la musica rock, come il jazz, così la musica elettronica può trovare la sua strada solo nel “melange” tra culture. Bisogna assolutamente mixare la cultura africana, quella brasiliana, quella cubana, quella italiana: tutte le culture del mondo.
Noi in Francia abbiamo molte etnie, tutte diversissime tra loro: ci sono nordafricani, orientali, sudamericani. Queste culture ci hanno insegnato tanto: si può dire che noi siamo cresciuti con loro e grazie a loro. E questo si sente nella nostra musica.
Ci tengo molto a sottolineare quest’aspetto: questo è l’unico modo, l’unica strada che la musica elettronica ha per evolversi. Se rimane solo elettronica e basta, è destinata a morire”.
Quando potremo ascoltarti ancora una volta qui in Italia?
“In Italia vengo spesso, quasi ogni mese: credo che la prossima volta suonerò a Lecce, a novembre”.
Sceso dalla consolle, e anche a microfoni spenti, Claude Monnet ha continuato a stupirci per la sua disponibilità e per la convinzione con la quale porta avanti la sua idea di musica.
Se l’elettronica aveva bisogno di una direzione da seguire, “Il Padrino” l’ha indicata molto chiaramente: ai discepoli la responsabilità di continuare ad innovare.