La comunicazione al lavoro
La Sociologia nasceva due secoli fa - collocandola metaforicamente alla nascita di Auguste Comte - per trovare rimedio alla mancanza di coerenza, sistematicità ed omogeneità delle altre scienze, ma anche per imporre un ritorno all’uomo ed ai suoi problemi dopo i traumi delle grandi rivoluzioni politiche ed economiche.
Una presa di coscienza di dimensioni simili investe oggi lo studio della comunicazione e delle sue istituzioni fondamentali. Se, per un significativo periodo, la storia della comunicazione ha coinciso in gran parte con gli studi e con il pensiero sociologico, l’ultimo secolo assegna alla comunicazione, con la sua vocazione apertamente interdisciplinare, un ruolo interpretativo del continuo mutamento socioculturale ed economico e un compito di valorizzazione del soggetto, soprattutto entro le dinamiche della modernità.
L’aumento di comunicazione comporta l’accelerazione della conoscenza e favorisce il risveglio della soggettività, tratto distintivo della società moderna e piattaforma di diritti ed aspettative grazie a cui l’attore sociale abbraccia il cambiamento. Gli orizzonti degli individui si allargano, non più limitati dai modelli d’interazione faccia a faccia delle società tradizionali, generando sofisticati rapporti con il mondo e maggior disponibilità al cambiamento.
Ma c’è un ulteriore grado di impatto della comunicazione, anche rispetto ad altre discipline ispiratrici della sua nascita: la dimensione di attivismo sociale che apre la strada ad un dibattito pubblico sul continuum formazione-lavoro.
A distanza di più di dieci anni dalla nascita dei corsi di laurea in SDC in Italia, emerge con forza la necessità di chiarire la collocazione sociale dell’ormai maturo territorio della comunicazione. Spesso di difficile interpretazione per la sua complessa copertura sociale, la comunicazione può porsi come metafora del lavoro nella società moderna.
La nuova economia, fondata sulla cultura fluida della comunicazione, si definisce entro lo spazio concettuale del mutevole: l’individuo viene sostituito dalla Rete dei soggetti, alla regolarità supplisce il non standard, il prodotto viene nascosto dietro il sipario del servizio. S’intravede quindi un terreno scivoloso e pieno di controversie, dove i futurologi collocano la comunicazione in una sorta di utopia positiva: il sapere più proficuo e coerente con lo sviluppo futuro della società.
Ma, come tutte le utopie, anche questa deve confrontarsi con le dimensioni concrete: le risposte del mercato alle provocazioni della modernità, nella fattispecie quella comunicativa, registrano caratteri di modesta evoluzione. È anche per questo che, dopo il successo dell’anno precedente, si è scelto di organizzare la seconda giornata di riflessione sul futuro dei corsi di Comunicazione intorno all’indispensabile coerenza tra la qualità dell’offerta formativa, l’apertura alle partnership esterne e la necessità di un continuo monitoraggio dei punti d’incontro tra il mondo del lavoro e quello della formazione universitaria. Al Com-Pa, quindi, quale spazio simbolico d’incontro tra Università e mercato del lavoro, si farà il punto sulla copertura sociale e lavorativa della comunicazione e verranno affrontate analiticamente le alleanze con gli ordini professionali. Il tutto entro la formula slogan “La comunicazione al lavoro” ( giovedì 4 novembre 2004, ore 9.30-13.30).
Un’occasione per procedere con la ricognizione dei presupposti teorici ed operativi di una concreta simbiosi tra la formazione universitaria alla comunicazione e le richieste di una società definita già negli anni ’70 dell’informazione e, negli ultimi tempi, della comunicazione.
Ma il caso italiano si presenta nuovamente con elementi di specificità. Gli studiosi di trend, attenti alla comparazione europea, evidenziano con indignazione una lampante sottostima delle professioni comunicative ed il consequenziale gap rispetto ai paesi più moderni, sottolineando, nel contempo, l’indiscutibile fabbisogno di persone preparate alla comunicazione.
Per poter parlare di “professioni comunicative” è importante compiere il passo verso una più decisa istituzionalizzazione dei percorsi formativi standardizzati, ancor più in momenti come quello che stiamo vivendo. La formazione al lavoro attraverso la pratica e l’affiancamento ad un esperto ha un limite: insieme ai saperi specialistici vengono trasferiti anche i preconcetti, i difetti e il proprio modello culturale. Tutto ciò ribadisce ulteriormente la decisività di un iter formale e consolidato di studi. Le conoscenze ed i saperi che guidano l’agire di un professionista non possono essere lasciati alla casualità o alla buona volontà dei singoli, ma devono essere accettati, condivisi dalla comunità scientifica e resi trasmissibili attraverso canali di formazione istituzionalizzati.
Compito fondamentale dell’Università è creare professionisti della comunicazione preparati e competenti, consapevoli della responsabilità del proprio ruolo e degli effetti sociali dell’agire professionale; contemporaneamente, essa è chiamata a definire una comunità deontologica che aggiorni flessibilmente la mappa dei fini ed il controllo culturale della dimensione di skill professionali.
A fronte di questo, l’Università – già a partire da oltre un decennio - risponde formalizzando percorsi di formazione atti ad affrontare lo scontro con l’offerta frantumata e spesso improvvisata di soggetti senza tradizione formativa e guidati dallo spirito modaiolo di preparazione alla comunicazione.
Di conseguenza, in poco più di un quinquennio, i Corsi di Laurea in Comunicazione hanno licenziato circa 7.000 laureati
[1]. Un dato consistente, soprattutto in relazione alle opportunità occupazionali che il mercato del lavoro – con qualche ritardo e contraddizioni prevedibili – ha nel complesso offerto ai giovani comunicatori. I primi laureati usciti dai corsi in comunicazione hanno, infatti, avuto numerose occasioni per accedere e compiere i primi passi nel mondo professionale. Si tratta, nella maggior parte dei casi di esperienze che, talvolta, danno il via ad un processo di inserimento prolungato, in altri casi, determinano la possibilità di implementare con la pratica i saperi acquisiti, per orientarsi in maniera più mirata verso nuove opportunità di lavoro.
In questo contesto caratterizzato da chiaro-scuri si evince la necessità di individuare brevemente gli elementi funzionali ma anche le dimensioni negative o di incertezza che hanno segnato il percorso di professionalizzazione dei Corsi e delle Facoltà di Scienze della Comunicazione in Italia.
I punti positivi vengono documentati soprattutto dagli osservatori sul mercato del lavoro e sulle professioni attivati dai singoli atenei italiani. Il primo fattore che accomuna le diverse realtà italiane dal nord al sud riguarda i tempi abbastanza brevi di ingresso nel mondo del lavoro. Si registra in appena 12-18 mesi l’inserimento professionale di una netta maggioranza di laureati ma a distanza di tre anni dal conseguimento del titolo si raggiunge una situazione che consente di parlare di una forte capacità di occupazione. Da Milano a Roma a Salerno i dati sono singolarmente simili: si riscontra un’oscillazione che va dal 70% al 80% di laureati occupati dopo circa 18 mesi e la quota supera – dato identico per tutti gli osservatori - il 90% dopo i tre anni[2].
I dottori in comunicazione appaiono agevolati da un percorso formativo regolare ed efficace nell’acquisizione di saperi e competenze altamente spendibili sul mercato, ma anche dalle attività di laboratorio, dagli stage e dalle esperienze di lavoro svolte durante il corso di studi. Tutte occasioni che hanno implementato le opportunità di preparasi ad hoc, aumentando così le chances anche in settori specifici della comunicazione.
A questi dati positivi che testimoniano la capacità ricettiva del mercato nei confronti dei profili professionali comunicativi – anche se riferiti soprattutto all’universo di quanti hanno seguito un percorso universitario in Comunicazione a numero chiuso - si affianca l’esistenza di un iter legislativo competente e legittimante iniziato con la legge 150 del 2000. In questo modo, le Pubbliche Amministrazioni, storicamente interpretate come resistenti al cambiamento e succubi delle tradizioni burocratiche, si ritrovano, anche grazie ad un percorso normativo incentrato sulla comunicazione coerente e singolarmente tempestivo, all’avanguardia dei tempi, trasformando il cittadino in un interlocutore permanente dell’agire amministrativo strategico e anticipando così le politiche imprenditoriali[3].
Affiancando a questo primo segnale istituzionale di apertura al mondo che cambia una più forte maturità degli ordini professionali, particolarmente l’Ordine Nazionale dei Giornalisti, e ritenendo fondamentale la formazione superiore in Scienze della Comunicazione, possiamo decisamente sostenere l’esistenza delle premesse per una reale copertura sociale della comunicazione.
Come tutti i processi della grande mutazione, anche il riconoscimento formale di quest’incontro tra la comunicazione ed il mondo del lavoro si confronta con elementi di freno. A partire dall’arretratezza nel processo di maturazione del sistema politico, economico, comunicativo e persino di quello universitario. Inoltre, la stessa disponibilità al cambiamento e l’apertura culturale delle imprese si rivela più retorica che reale, più annunci che concorsi. Persino in un campo come la cultura aziendale, che le moderne teorie presentano con maggior attenzione alla sfera etica, ai codici, alla formazione, che sposta il suo focus dai beni materiali alla legittimazione sociale. E questi elementi di superficialità trascinano un terzo nodo critico: incidono sulla natura stessa del mercato del lavoro.
L’incertezza delle strategie, i costi dell’innovazione, la riduzione di quelli della produzione e la velocità delle risposte operative impongono cambiamenti strutturali nell’organizzazione del lavoro di varia natura. Contemporaneamente all’invenzione di nuove figure professionali, alla valorizzazione delle forme di cooperazione al lavoro in rete si sviluppano la frammentazione del lavoro produttivo, l’outsourcing, la parcellizzazione dei ruoli, la responsabilità ed il rischio per tutti. Anche per chi non aspira ad essere imprenditore di se stesso o non è collocato in una posizione tale da poter scommettere sulle proprie capacità e competenze. Siamo di fronte ad un mondo con più lavori che lavoro, più occasioni che certezze, più frustrazioni che progetti di vita.
La sfida è proprio quella di trasformare la comunicazione in metafora del lavoro, tenendo il passo con i tempi o, ancor meglio, anticipandoli.
[1] Fonte: Ufficio statistico, Miur, 2004.
[2] Fonte: Sono stati utilizzati in generale dati elaborati dagli Osservatori dei Corsi di laurea in Scienze della comunicazione delle Università di Torino, Salerno, Iulm di Milano e Roma “La Sapienza”; è stata effettuata, inoltre, una comparazione con il Rapporto Almalaurea,
Domanda e offerta del mercato della comunicazione: profilo dei laureati e tendenze del mondo professionale, 2003.
[3] Per l’approfondimento di alcuni nodi problematici relativi all’esplosione e alle manifestazioni della comunicazione nel tessuto socioculturale e istituzionale della società italiana, rinviamo anche ai numeri di settembre, ottobre, novembre 2002, della rivista “LabItalia” nella rubrica “Opinioni”.