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Opinioni

Intervista con Ferruccio De Bortoli


Stati generali per l'editoria


di Maurizio Zuccari
14/10/2004


A metà settembre, alla presenza di una schiera di addetti ai lavori, aprono alla sala dello stenditoio di San Michele a Ripa a Roma gli Stati generali dell’editoria. Una due giorni inaugurata dal motto: “Più cultura, più lettura, più paese”. Ferruccio De Bortoli, già direttore del Corriere della Sera e attuale amministratore delegato della Rcs Libri, sarà tra i principali mediatori del convegno. Con lui facciamo il punto sull’appuntamento che, alla luce dei dati Aie, si apre all’insegna della parola d’ordine: cresce la lettura se cresce la cultura nel suo insieme.
Che ne pensa, De Bortoli? 
«Dico solo questo: gli “Stati generali” che stanno per aprirsi possono rappresentare per il mondo dell’editoria il punto di partenza per chiedere un’attenzione che finora è mancata, l’occasione per riscoprire il valore del libro come centrale della nostra cultura e della nostra identità. Le competenze sull’editoria si dividono fra tre-quattro ministeri, compreso quello degli Esteri. Non c’è una legge ad hoc per il libro: se era così necessaria la Gasparri sulla comunicazione lo è ancor di più una normativa che promuova il libro come centro della creazione letteraria, tanto più se pensiamo che questo resta ancora il prodotto più venduto su internet. Gli stessi grandi autori sono sempre più all’origine dei successi televisivi o cinematografici. Tutto ciò per dire che il mondo dell’editoria, di per sé molto piccolo, fa sì che sia garantita non solo la libertà d’espressione, ma l’identità culturale nazionale, la nostra stessa cultura. Insomma, il libro va garantito non solo per la ricchezza dei contenuti in quanto tale, ma come strumento che costituisce il passaporto per la globalità e la carta d’identità per capire chi siamo e da dove veniamo».
Fra i dati più significativi del convegno, risulta che vi sono poco più del 10 per cento di italiani che leggono oltre 12 libri l’anno, meno di tre milioni di persone. Un dato non certo entusiasmante.
«Sì, i dati dicono che dopo lo zoccolo duro di questi lettori c’è un gradino incomprensibile: si passa da una lettura forte a una non lettura. La diffusione di opere in allegato ai quotidiani, fenomeno tutto italiano, ha portato ad una maggiore diffusione dello strumento libro, con una distribuzione nelle 35mila edicole italiane rispetto alle 3.000 librerie esistenti, ma resta il problema. Ci sono città di 50mila abitanti senza una libreria. Per non parlare della contrazione di queste, e della conseguente minor lettura, tra il settentrione e il meridione».
Oltre alla forbice tra nord e sud, anche a livello di case editrici, altri due fenomeni dell’editoria italiana saltano all’occhio: un “pubblico donna” e l’abbassamento della soglia di venduto, che anche per le grandi opere raramente supera le poche migliaia di copie.
«La lettura prevalentemente femminile è una costante nella storia del nostro paese, il problema è di abbassare l’età, anche se non è vero che i giovani non leggono: leggono, e molto. Il fatto è che la scuola in generale, per come è fatta, non insegna a leggere, né a scrivere. Col risultato che noi perdiamo dimestichezza sia nella lettura  che nella scrittura. Ma più si legge e più si ha voglia di leggere, come più si scrive e più si scrive meglio. Quanto all’abbassamento della soglia di venduto, anche per le grandi opere, è dovuto al fatto che oggi si vanno a cercare lettori di nicchia, un fatto legato anche alla straordinaria varietà dell’offerta. Certo, è difficile far quadrare i conti economici quando si ha a che fare con una media di poche migliaia di opere vendute».
Ecco, ha citato l’aspetto della scrittura. Gli italiani sono un popolo di scrittori, ma non di lettori. Come mai?
«C’è da dire, ripeto, che abbiamo un sistema scolastico che non invoglia alla lettura. Oggi vige la dittatura delle immagini. E anche chi scrive, chi opera nell’informazione, ha un modo di scrivere che non sempre è calibrato per chi legge, chi scrive non si colloca sullo stesso gradino dei lettori, potenziali o presunti. C’è anche da dire, però, che l’avvento di internet non ha limitato la lettura, come in un primo tempo si credeva. Con i blog, i diari in rete, abbiamo riscoperto una modalità di lettura, con le mail pure il piacere di scrivere. Tutti noi, comunque, dobbiamo fare in modo che il nostro paese riscopra la voglia di leggere, anche perché la parola scritta resta la forma di comunicazione più completa».
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