"Il cyborg, quant'è romantico"
Intervista a Derrick De Kerckhove: il virtuale non è affatto immateriale
di Matteo Serra
24/06/2005
Derrick de Kerckhove è direttore del Programma McLuhan di cultura e tecnologia e professore del Dipartimento francese all'Università di Toronto (Canada). Il Programma McLuhan, così come il lavoro di McLuhan stesso, è indirizzato alla comprensione di come le tecnologie influenzano e influenzeranno la società. De Kerckhove promuove una nuova forma di espressione artistica, che unisce le arti, l'ingegneria e le nuove tecnologie di telecomunicazione; ha partecipato nella preparazione e nell'ideazione del padiglione di Ontario all'Expo '92 di Siviglia (Spagna), all'esposizione Canada in Space e al Centro di trasmissione della Canadian Broadcasting Company.
Molti definiscono il digitale come una "tecnica unificante" in riferimento al passato e al futuro delle tecnologie, cosa ne pensa?
Sì, questa è la definizione di tecnologia quando diventa fondamento di una cultura. Un tempo, l'alfabeto stesso era la "grande tecnica unificatrice della culture", per lo meno per la cultura occidentale. Oggi, il minimo comune denominatore della vita odierna è il bit, 0 o 1, on o off. Poiché 0/1 permette di ridurre la vita sensoriale umana e tanti altri processi umani e artefatti a una singola serie di alternative on/off. Esso è in grado di offrire una soluzione molto migliore di quella offerta dall'alfabeto in relazione a tutti i sensi, le strutture, i materiali, le transazioni, che esistono come risorse ampiamente differenti ed eterogenee e confluenti in un singolo ambiente di informazione. La stessa cosa venne raggiunta dall'alfabeto ma su una molto più modesta scala poiché è molto più complesso relazionare tra loro 26 minimi comun denominatori. Il prossimo stadio della "risoluzione" sarà il "quanto", più preciso, veloce e con processi infinitamente più complessi del più veloce e potente fra i computer in circolazione oggi.
È fantascientifico affermare che è in atto una progressiva integrazione tra organico e inorganico?
In generale assistiamo ad una scomparsa del confine stretto tra tutte le tradizionali categorie: organico/inorganico, dentro/fuori, uomo/macchina, uomo/donna, cuore/mente, intelligenza/memoria ecc. Ma le distinzioni rimangono operative.
Io penso che si tratta più di capire quanto un dominio coincida con un altro piuttosto che parlare di cancellazione totale dei confini tra questi. Le nanotecnologie possono emulare il tessuto organico e le altre funzioni, ma la loro identità resta distinta dall'umano o dalla carne animale. Io non credo molto nell'eccessivo (sviluppo) del nostro diventare macchine, e non (gradisco, condivido) la retorica post-umana.
Secondo lei è ancora importante la caratteristica user-friendly di un'interfaccia grafica tenendo conto che i personal media potrebbero essere utilizzati servendosi esclusivamente della parola per attivare le varie funzioni?
La parola è solo una delle possibili interfacce. Ma ancora non è pienamente sfruttata nella tecnologia. È un po' come la televisione ad alta definizione. Se ne è parlato per anni e ancora non è diffusa, in giro non si trova. Naturalmente è una possibilità, ma l'interazione vocale può essere a volte molto imprecisa e gli ostacoli tecnici, seppur teoricamente non insormontabili, richiedono una mole di lavoro tale che ho paura arriveremo prima ad avere una connessione diretta tra mente e macchina (Mind-Machine-Direct-Connect), quella che è l'interazione diretta con la macchine attraverso il pensiero invece che con la voce. Avrebbe più senso. La parola che guida i robot mi fa pensare molto a Fritz Lang… (ndr regista del film Metropolis, 1927)
La realtà Virtuale ed il Cyborg, cos'hanno in comune?
Entrambi sono fondamentali per il loro funzionamento: l'uso della Realtà Virtuale ci trasforma temporaneamente in Cyborg, e tutte le "attività" (cyborgian engagements) presuppongono un'interfaccia virtuale. E, più di tutto, ciò che accomuna uno e l'altro aspetto è il carattere digitale.
Considera il cyborg il ponte tra l'umano e il post-umano?
I cyborg sono la versione odierna dell'ideale del romanticismo dei primi del XIX secolo, eccetto per il fatto che è al contrario. Proprio mentre la meccanizzazione industriale stava rimpiazzando la cultura agraria, essa evocava una resistenza psichica nel culto della natura e nella credenza in un sofismo patetico, un'assunta associazione armoniosa tra uomo e natura. Ha prodotto una grande poesia e un'interessante cultura che ha segnato le generazioni seguenti fino ai giorni nostri. Oggi, il cyborg è diventato l'esatto opposto, la figura inversa del difficile matrimonio tra uomo e natura, o piuttosto tra natura e tecnologia. Questo perché adesso la tecnologia si unisce al corpo fisico. E tuttavia, trovo qualcosa di piuttosto romantico nella triste, miserabile o ribelle figura del cyborg. La macchina depersonalizza la condizione umana riducendo la persona a diventare il "servo-meccanismo" e l'interfaccia principale di un network. Per quanto riguarda l'idea che il cyborg sia il ponte tra l'umano e il post-umano, prenderò in considerazione questa possibilità quando avrò una idea più chiara di cosa la gente pensa del post-umano...
Cosa pensa del concetto di "corpo scomparso"? Ritiene sia possibile parlare di un corpo disseminato nelle reti, che perde cioè la sua materiale corporeità?
Anche il dire che stiamo perdendo il nostro corpo disseminato nelle reti è secondo me una nozione "romantica". Io penso che sia esattamente l'opposto, non stiamo cioè perdendo la nostra corporeità, ma la stiamo estendendo, stiamo estendendo il nostro corpo e ridistribuendo la nostra sensorialità a tal punto da portare le reti al livello della nostra epidermide. Il corpo continuerà ad esistere perché rappresenta la più complessa interfaccia dell'esistenza umana…
A proposito di Post-Umano: è possibile pensare che un giorno, in una sorta di mondo dell'informazione radicale non sia nemmeno più necessaria la materia, e gli esseri umani diventino delle creature "angeliche" e incorporee, si trasformino cioè in informazione pura?
Anche se l'Angelico come conseguenza dell'elettricità fu una delle "predizioni" di McLuhan, io tendo a rifiutare di prendere come seria questa "corrente". Sono più dell'opinione di Blaise Pascal che diceva: "L'homme n'est ni ange ni bete; le malheur est que qui veut faire l'ange, fait la bete" (L'uomo non è ne angelo ne bestia ; il problema è che chi vuole fare l'angelo, fa la bestia " .
La suggestiva convinzione che la corporeità umana possa scomparire per divenire pura informazione (come quella secondo la quale potremmo inserire tutto il sapere contenuto nel nostro cervello compreso il nostro patrimonio di esperienze, nel database di un computer) è per me una sorta di regressione al puritanesimo protestante secondo il quale il corpo sarebbe imperfetto, sporco, peccaminoso e assolutamente non indispensabile. Come cattolico non condivido questa idea, e neanche come uomo. L'intera idea si basa su premesse sbagliate, cioè che "virtuale = immateriale". Non c'è niente di immateriale in Internet o nel Web. Esso è supportato da una profonda infrastruttura di reali reti fisiche e da reali componenti elettriche e fisiche che l'approccio ipercritico dimentica facilmente...
Quale sarà, secondo lei, la tecnologia che più influenzerà il prossimo futuro e che uomo sarà colui che dovrà utilizzarla?
Per il momento la tecnologia che più secondo me influenzerà la cultura è il "wireless". È una tecnologia che mette tutti in contatto con tutti e con tutto. È la più globalizzante di tutte le nostre tecnologie perché fa implodere il mondo su se stesso; ma la prossima grande tecnologia ha già iniziato a svilupparsi, ed è il computer quantico e le tecnologie quantiche in generale.
Faranno girare il mondo in un modo totalmente diverso e riporteranno la dimensione umana in piena forza, rendendo la nostra cosiddetta illusione " postumana" piuttosto stupida.